La Civiltà Cattolica
Roma, 6 agosto 1938, a.89, vol. III, quad. 2115, pp. 209-223
Che cosa é una nazione? Non è opportuno dare subito unarisposta alla domanda, aggiungendo fin dal principio una nostra definizione,alle altre numerose già rammentate. Questa al più dovrà essere il risultatofinale dell'indagine, che intraprendiamo e alla quale passiamo senz'altro,affrontando la questione sulla natura e le parti costitutive dell'aggregatonazionale.
In primo luogo è cosa evidente che la nazione appartiene alnovero degli aggregati sociali. Ogni nucleo di esseri intelligenti, congiuntiinsieme da un principio interna di unità, che suole essere l'adesione dellavolontà dei singoli componenti a uno scopo ben determinato, costituisceun,aggregato sociale, o una società in senso lato e generico. Perché sorgaun'associazione umana di fatto non basta l'accostamento temporaneo e accidentaledi alcuni individui, ma si richiede, oltre all'elemento umano dato dalla massapiù o meno numerosa, un legame interiore, che unisca e cementi insieme lemembra prima slegate e indipendenti, un principio informatore, che organizzi lesingole cellule umane e ne impedisca la dispersione.
Queste due parti costitutive di ogni aggregato umano, sianaturale e necessario sia volontario e accidentale, si trovano nella nazione, laquale, componendosi di un nucleo umano stretto insieme da un principioinformatore, entra a far parte di quegli enti collettivi, detti aggregatisociali.
Nondimeno la nazione non è una società nel senso stretto especifico del termine. Esiste una società in senso stretto, quando, comeavverte bene il Delos, si ha « un raggruppamento di persone umane in vista diun fine comune da proseguire e di uno scopo da ottenere mediante la convergenzae la coordinazione degli sforzi » (La société internationale, op. c.,p. 35.). Tuttavia questi elementi non bastano a costituire una societàpubblica. La società pubblica raggiunge la sua perfezione e la sua perfettacostituzione, e diventa vitale, quando gli sforzi dei singoli sono diretti alfine naturale da un potere sovrano, che è come una sintesi delle volontàindividuali interpreta autoritativamente le esigenze del corpo sociale.
Alla nazione non mancano invero né l'elemento umano né unfine proprio naturale che lo informi, come vedremo, ma manca una delle proprietàessenziali di ogni vera società, vale a dire il potere supremo, che stimola,dirige, obbliga i membri della collettività al conseguimento dello scopocomune. La distinzione fra nazione e società pubblica non può essere fondatasulla assenza di un fine comune nell'aggregato nazionale, poiché l'uomo, comeessere ragionevole, anche se opera mosso dalle forze congenite innestate nellasua natura, non può astrarre e non astrae mai di fatto da uno scopo bendeterminato, conosciuto e voluto quale bene collettivo. Questo termine razionaledi convergenza delle volontà individuali si rende assolutamente necessario,quando delle membra di loro natura autonome e libere e perfettamente costituitenel loro essere devon essere ridotte ad unità, e mantenute insieme in vista diuna collaborazione collettiva, che non può risultare se non da un legameideale.
Né bastano, a nostro avviso, a costituire la nazione il fattodella generazione comune, sia pure intesa in senso latissimo come formazioneintegrale di tutto l'uomo, e tutte quelle unità reali prodotte dai vari fattoridella nazionalità, come sembrerebbe intendere il Delos'( La sociétéinternationale, op. c., p. 36.), almeno in un primo tempo; poiché, fino aquando in questo amalgama omogeneo non sarà scoppiata la scintilla del finecollettivo, intorno al quale si polarizzino spontaneamente le parti, non si avràun aggregato sociale, ma una costellazione di atomi indipendenti; come nonbastano a porre in essere qualsiasi raggruppamento umano e a renderlo vitalel'identità di natura dei componenti e la somiglianza fondamentale delle loroaspirazioni e dei loro bisogni.
Perché l'istinto di socievolezza passi dalla potenza all'attoe si concreti in associazione di fatto, è necessario,oltre all'identità diorigine e delle prerogative essenziali della natura a tutti comune, un elementopsicologico, un fine cioè produttore e creatore dell'unità morale. Bisogna,dunque, assegnare alla nazione uno scopo naturale: quale esso sia, verràdeterminato a suo luogo.
Resta nondimeno fermo il punto principale, che qui interessamaggiormente: ossia che la nazione non è una società, specificamente intesa, eciò non soltanto perché essa non richiede di sua natura e come presuppostonecessario alla sua esistenza un potere centrale e un'autorità sovrana, maanche per altre differenze, che saranno messe in pieno rilievo quando sidetermineranno le relazioni della nazione con lo Stato.
Per questa ragione crediamo che non si possa convenire colTaparelli, il quale ha nella sua definizione praticamente identificati i dueconcetti di nazione e di società pubblica, quantunque in una nota ne avesserilevate le differenze, scrivendo: « E' chiaro altro essere una Societàpubblica, altro una Nazione secondo il rigoroso suo significato: l'Italia, benchédivisa in molti Stati, è detta una Nazione; l'Austria in un unico Stato uniscemolte Nazioni » (Saggio teoretico, op. c., p. 385, nota 3).
Nonostante questa osservazione esatta, egli ha inserito nelladefinizione di nazione il concetto di società pubblica, ritenendo poi lapresenza dell'autorità suprema, o di un governo, come egli si esprime, qualeuna proprietà essenziale della nazione. Non vi è dubbio che una nazione senzaalcun governo ripugna, come il Taparelli osserva a dimostrazione del suoassunto, ma la ripugnanza tocca l'esistenza di una nazione senza alcuna forma digoverno, non tocca però l'esistenza di una nazione senza un governo nazionale,il che è molto differente e toglie ogni forza alla dimostrazione.
Infatti, se esistesse ripugnanza sostanziale a che dna nazionefosse governata da un potere non nazionale, la storia avrebbe creato dei mostridi natura, e il principio di nazionalità avrebbe un fondamento naturale, che lorenderebbe assoluto. Né l'uno né l'altro può essere ammesso: resta quindi cheuna nazione non è di sua natura una società pubblica, sebbene convenga conquesta nel genere.
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Sembrerebbe superfluo farsi a dimostrare. che la nazione èinoltre un aggregato sociale naturale. Ma la necessità di chiarire questoparticolare aspetto della questione è generata dalle negazioni, inveroincomprensibili, di parecchi , pubblicisti.
Il Jellinek, ad esempio, ritiene come un principio giàdefinitivamente acquisito dalla dottrina « che le nazioni non sono formazioninaturali, bensì storico sociali » (La dottrina generale dello Stato,op. c., p. 227).
Così egli si riannoda alla teoria dinastica del Renan,secondo il quale la forza principale, che ricava effetti politici dal caos dellareligione, del territorio, della lingua e della razza, è il potere politico ola dinastia (Cfr. DELOS, La société internationale, op, c., p. 9). Tradi noi il Pagano ha attenuato in modo reciso, e ha cercato di dimostrare il suoassunto con larga messe di argomenti storici, che la nazione è creazione delloStato. « E' lo Stato che ha creato la nazione, egli scrive, e non viceversa. Lateoria romantico-popolaristica dell'origine spontanea delle nazioni è smentitadalla storia » ( Idealismo e nazionalismo, op. c., p. 104).
Contro queste affermazioni, a parer nostro erronee; staproprio l'argomento storico, invocato dal Pagano. Non si nega che il poterepolitico possa accelerare, con provvedimenti appropriati, la fusione di variegenti originariamente diverse e appartenenti a nazionalità distinte. Questosoltanto ha dimostrato il Pagano con tutti i suoi argomenti storici, che hannoil difetto di restringere l'indagine alla formazione delle nazioni moderne.
Infatti l'azione efficace di un governo, che raduna sotto unadominazione politica unica popoli di differenti nazionalità, ma conviventisullo stesso territorio e in continuo scambio culturale, può aiutareefficacemente l'impulso di cause naturali presenti e attive negli agglomeratisociali, e suscitare lentamente quella coscienza di unità, che fa di moltegenti una nazione omogenea. Ma in ultima analisi la sua azione non potràridursi ad altro se non alla cura di eliminare gli ostacoli al dispiegamentodelle forze naturali, che tendono all'associazione, e a stimolarle perchéoperino in modo più efficace.
Ad escludere che il potere politico sia il fattore principalee unico delle nazioni, basta osservare come, prima ancora del suo intervento, alquale bisogna riconoscere un grande influsso nella formazione di alcune nazionimoderne, esistevano già nel territorio sottoposto al suo dominio delle cellulesociali bene individuate da caratteri specifici come gruppo etnico, alle qualinon si può negare positivamente il nome di nazione, giacché possedevano inmodo concreto e distinguibile le note, che contrassegnano un aggregato nazionale(Il PAGANO si propone la grave difficoltà, che deriva per la sua teoriastorico-politica dal fatto incontrastabile che l'Italia fu per secoli unanazione, prima di diventare uno Stato, e la risolve affermando che la creazionedella nazione italiana si dovette alla diffusione della lingua toscana,diffusione, a sua volta, promossa dalle corti. La soluzione, come è evidente,riposa sopra due affermazioni, dettate più dalla tesi preconcetta che dallastoria. Cfr. Idealismo e nazionalismo, op. c., p. 109 e segg..).
Si dirà che anche queste cellule sono state il prodotto diun'azione politica preponderante? A tale riguardo non è stata ancora portatauna prova storica, che dia fondamento all'illazione. Ma, ammessa pure l'ipotesi,il problema non sarebbe ancora risolto nel senso della teoria storico-politicadell'origine delle nazioni, poiché ci sarebbe ancora da risalire indietro neltempo, sino alla culla dell'umanità, e dimostrare che anche allora la causaprincipale e unica, che ha condotto le genti a radunarsi in gruppi omogenei diorigine, di costumi, di tradizioni e di lingua sia stato il potere politico. ,Dimostrazione impossibile, dopo che l'etnologia si è incaricata di sfatare ognisimile supposizione, provando come il sorgere delle nazioni sia dovuto a cause,che nulla hanno da fare col potere politico, come l'esogamia, gli scambi e lerelazioni commerciali, le feste religiose e simili (Cfr., SCHMIDT, Razza enazione, op. c., p. 127).,Non sarà, dunque, l'argomento storico aconsolidare la teoria storico sociale della formazione delle nazioni, la cuiorigine, come ben dice il Johannet, si perde nella notte dei tempi (cfr. LE FUR,Races, nationalités, Etat, op. c., p. 11).
All'opposto la storia dimostra che, quando il potere politicoha voluto premere sulle minoranze nazionali, nell'intento di assorbirle elivellarle, si è determinata una reazione sorda, e qualche volta ancheviolenta, a difesa quasi istintiva del patrimonio culturale della nazione, cheinvece di portare all'unione e alla fusione ha condotto alla scissioneirriconciliabile, ha suscitato odi inestinguibili e moti separatistici nonfacilmente arginabili.
Non è la nazione a supporre lo Stato, ma lo Stato, nel casoin cui questo sia nazionale, e solo in questo,caso, suppone la nazione, la qualepotrebbe allora chiamarsi col Duguit « l'ambiente nel quale si produce ilfenomeno dello Stato » (Cfr. DELOS, La société internationale, op. c.,p. 8). Si può pertanto concludere con tutta tranquillità che la teoriadell'origine spontanea delle nazioni, chiamata dal Pagano, in tonodispregiativo, romantico-popolaristica, non ha contro di sé la storia, e che,lungi dall'essere smentita dai fatti, rimane da essi confermata in tutto il suovalore.
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Del resto, a dare il bando alla teoria contraria, sarebbebastato lo studio della natura umana con le leggi immanenti di socialità, chele sono proprie. L'uomo è per istinto naturale un essere sociale e tende,obbedendo necessariamente a questo impulso innato, ad inserirsi in aggregatiumani sempre più ampi e comprensivi, nei quali cerca la soddisfazione adeguatadei suoi innumerevoli bisogni.
Questo impulso, generico nella sua inclinazione originaria, sispecifica, in primo luogo nella società domestica, e poi soverchiando lacerchia familiare, troppo ristretta per fornirgli tutti i mezzi richiesti per lasua soddisfazione integrale, si attua in associazioni più vaste e più potenti.Ma come, per istinto naturale, l'uomo intreccia relazioni sociali, così ancoradal medesimo istinto è portato a istituire comunanza di vita con quellepersone, con le quali si sente unito, oltre che dalla natura fondamentalmentecomune, da legami particolari di origine, di costumi, di omogeneità strutturalifisiche e spirituali, di uguaglianza di sentimenti e di abiti morali.
Tali somiglianze, che non si devono per nulla all'azione diuna causa volontaria, ma che l'uomo trova impresse nel suo corpo e nella suaanima quasi in modo deterministico, segnano la direzione lungo la quale siesplicherà il suo istinto sociale, specificando l'inclinazione generica eindeterminata. Ora sia l'impulso generico verso la vita sociale, sia ladirezione specifica, che esso prende sotto l'azione di queste causedeterminanti, sono opera della natura, effetto spontaneo delle sue leggi, equindi la nazione, non essendo altro che il portato ultimo della mutua influenzadi queste cause naturali, è un frutto genuinamente naturale, un aggregatosociale naturale.
L'impulso naturale di socievolezza si attua così secondo unagradazione di vita sociale, che corrisponde alle leggi immanenti nell'essereumano, e che va dalla famiglia, nel suo inizio unione di due essericomplementari per la riproduzione della specie e poi società domestica strettainsieme dalla comunità di sangue, alla nazione aggregato più vasto, il cuifondamento unitivo è la comunità di origine e soprattutto di cultura, alloStato società politica, che sta al culmine della scala ascendente, e imprime ilcarattere di organicità a tutti gli elementi, anche eterogenei, attratti entrola sua orbita.
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Messo in chiaro che là nazione è un aggregato socialenaturale, conviene ora determinare il suo elemento generico e specifico, vale adire conviene procedere all'assegnazione dei suoi elementi essenziali, dai qualiè distinta da tutti gli altri raggruppamenti consimili.
Come si è già rilevato, a questo riguardo esiste unacongerie di opinioni disparatissime, poiché non vi è uno dei così dettifattori della nazionalità che non sia servito di fondamento a una teoria. Larazza, la lingua, la religione, il territorio, lo Stato sono stati elevati divolta in volta, o separatamente o raggruppati insieme, secondo i gusti deglistudiosi, alla funzione di elementi essenziali della nazione. E' necessario,quindi, innanzi tutto sgombrare il terreno, sottoponendo a una rapida criticatali opinioni. Questo processo di eliminazione ci condurrà quasi naturalmentealla scoperta di quegli elementi, che a nostro avviso meritano di essereritenuti come essenziali.
La teoria, che riduce la nazione alla razza, è rappresentataoggi e difesa, con una ostinatezza e un fanatismo ideologico degno di migliorecausa e con una povertà di argomenti pseudo-storici, e pseudo-scientifici, chefanno poco onore alla scienza, da tutti gli scrittori che traggono ispirazionedal mito razzista della nuova Germania.
Non è qui il luogo di risalire alle fonti di questaideologia, che nata in Francia col Gobineau, si trapiantò in Germania, dovegermogliò rigogliosamente sul terreno preparato dall'immanentismo dell'Hegel edel Fichte. Momentaneamente la teoria ci interessa solo in quanto identificanazione e razza, e sotto questo rispetto conviene ora esaminarla e vagliarla.
Il concetto di razza é derivato dalla zoologia. In questascienza serve alla classificazione delle varie specie animali, secondo alcunicaratteri somatici distintivi di ciascuna specie. « Tutti gli animali, chepossiedono insieme una certa somma di determinate qualità, vengono raggruppatisotto la medesima razza », scrive lo Holzheimer (cfr. SCHRÖDER, Rasse undReligion, München, 1937, p. 20.).
L'antropologia, mutuando questo concetto dalla zoologia, lo haapplicato all'uomo, senza tuttavia uscir fuori dal significato originario deltermine. « Con l'espressione razza, scrive lo Schröder, viene designataun'accolta di individui, i quali mostrano una qualche somiglianza in tutte lecaratteristiche somatiche, e una perfetta identità nelle note principali » (Rasseund Religion, op, c., p. 20.
Il FINOT a sua volta scrive «Le dottrine implacabili sull'ineguaglianza degliumani, ornate di una vernice scientifica, si moltiplicano all'infinito. Fondatesulle differenze cranologiche, la grandezza o la piccolezza delle membra, ilcolore della pelle o dei capelli, si sforzano di chiamare come garante delleloro tesi audaci una specie di pseudo scienza con le sue leggi problematiche,isuoi fatti non verificati e le sue generalizzazioni ingiustificabili». cfr. Lepréjugé des races, Paris, 1921, p. 15.). Il concetto di razza, trasportatoall'uomo, si restringe dunque a rilevarne le qualità somatiche, e questeconsidera in modo esclusivo.
Si è dunque in presenza di un concetto prettamentematerialistico, che non può essere applicato all'uomo integralmente, senzaabbassare la creatura ragionevole al livello degli animali. L'uomo non èsoltanto animalità, ma è anche spirito; non ha soltanto dei caratterisomatici, ma ha ancora qualità spirituali, che sovrastano di gran lunga quellecorporali, né si possono a queste ridurre. La ristrettezza del concetto dirazza non può dunque contenere ed esaurire quello di nazione. In caso contrariouna mandria di animali, che possiede gli stessi caratteri somatici, dovrebbedirsi una nazione.
Ma anche a voler dare alla razza un significato menomaterialistico di quello sopra notato, seguendo la scuola antropo-sociologica,non si potrebbe su di essa fondare scientificamente una teoria sulla nazione.Pei confessione comune di tutti gli studiosi seri di antropologia e dietnologia, nessun concetto è così oscuro, così indeterminato, così vago econtroverso come quello di razza. Lo Schröder, già citato scrive: « Fin daquesto momento noi dobbiamo persuaderci del fatto, che non esiste una sicuraderivazione della parola e un concetto di razza perfettamente determinato euniversalmente ammesso » (Rasse und Religion, op. c., p. 19.).
La scienza a questo riguardo non ha fatto molti progressi, daquando il Babington poteva definire la razza « un vago fantasma » (cfr.COLAJANNI, Latini e Anglo-Sassoni, Roma, 1906, p. 3). Tutto infattirimane ancora incerto: incerto il criterio di discriminazione delle diverserazze (Cfr, COLAJANNI, opera sopra citata, p. 4, scrive: «così è avvenuto chealcuni classificano le razze dal preteso luogo della loro origine (razzacaucasica, mongolica, africana ecc.i; o dal colore della pelle (bianca, gialla,nera, ecc.i; o dalle dimensioni del cranio (brachicefali, mesaticefali,dolicocefali); o dalla forma del cranio (Sergi); o dalla forma dei capelli(crespi, lanosi, lisci: Haekel); o dal linguaggio (monosillabico, agglutinante,a flessione); o dalla statura ecc. ecc.»), incerto il loro numero (Il medesimoCOLAJANNI, alla pagina sopra citata, nota: «E per la stessa ragione mentreBlumenbach distingueva cinque razze, Topinard ne ammetteva diciannove; Nolt eGliddon riconoscono sessantaquattro famiglie divise fra otto razze; Denikerammette 29 razze racchiuse in 17 gruppi, che poi etnicamente raggruppa, tenendoconto della lingua, in ariani e anariani; Haekel ne enumera 34,ecc. » Sullo stesso argomento il FINOT, Le préjugé des races, op. c.,p. 79, dice: «Tante scuole antropologiche, tante divisioni degli umani..,Mentre gli unì non cercano che a dividere l'umanità in quattro rami nettamenteseparati, gli altri, più generosi, arrivano persino a centinaia di divisioni edi suddivisioni »), incerti i caratteri somatici specifici secondo i quali essedovrebbero selezionarsi, incerte molto più le leggi della loro trasmissioneereditaria, incerte infine le diversità psichiche, sulle quali si è di recenterivolta l'indagine scientifica (Relativamente alla psicologia dei popoli, ilFINOT ironicamente osserva: «Quale popolo è stato, per esempio, più studiatodei greci antichi? La bibliografia dedicata a questo soggetto è una delle piùvaste e delle più nutrite, Il numero dei volumi che parlano dei greci è digran lunga superiore alla cifra degli abitanti sotto Pericle. Nondimeno,quantunque tutti i lati della sua vita siano stati messi a nudo, noi nonpossiamo dare una definizione esatta della sua anima,». Le préjugé desraces, op. c., p. 294.).
Il P. Schmidt, dopo un esame accurato delle teorie .razziste,riesce a questa conclusione negativa. « Da tutto ciò risulta chiaramente .chele teorie della razza rimangono per ora, anche presso gli studiosi piùaccreditati, sospese in un flusso incerto, da cui si può giungere alle piùopposte conclusioni » (Razza e nazione, op. c., p. 51). Alla medesimasoluzione negativa perviene lo Schröder, relativamente alle diversitàpsichiche delle varie razze. La scienza, egli dice, non è riuscita in questosuo lavoro di ricerca a stabilire chiaramente le differenze razziali psichiche,trasmissibili per eredità, né ha trovato dei punti certi sui quali regni laconcordia (Rasse und Religion, op. c., p. 165).
Ora, posta una tale assoluta incertezza e oscurità nelconcetto di razza, è, non solo antiscientifico, ma addirittura mostruosamenteillogico voler fondare su di esso una teoria qualsiasi sulla nazione. Per quantoi fanatismi ideologici possano violentare i dati della scienza e della storia,ogni uomo di buon senso non potrà fare a meno di respingere sdegnosamentequeste acrobazie del pensiero, vere aberrazioni mentali collettive. L'onoredella scienza e dell'umanità richiede che una buona volta si accantonino tra irifiuti tali concezioni arbitrarie, che non hanno alcun serio fondamento.
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Andando ora più da presso al nostro soggetto, anche aprescindere dalle incertezze entro le quali si dibatte la dottrina della razza,è facile avvertire come fra nazione e razza passano differenze profonde, cheimpediscono ogni identificazione delle due entità. La nazione vacontraddistinta soprattutto per i suoi caratteri spirituali, da inconfondibilielementi di civiltà, la cui somma viene oggi chiamata cultura. Ora non soltantoè da negare la connessione, voluta affermare, tra cultura e razza, ma si devepositivamente affermare che fra nazione e razza passa una differenza qualitativae quantitativa.
« Di fronte alla razza, scrive il P. Schmidt, la nazione èun'entità più estesa, più vasta. Non è solo quantitativamente più grande,ma anche qualitativamente più alta: ché per quanto si possa insistere sulfatto che la « razza » possiede in sé anche qualità spirituali, si trattapur sempre della misura in cui queste possono avere una sede nel corpo, cioènel cervello, nei tendini, nei nervi ecc. Ma nozione significa invece lacompartecipazione a tutta una cultura, non solo a quella materiale ma anche aquella spirituale. L'essenza della cultura è nello spirito, e l'elementomateriale appartiene alla cultura in quanto viene afferrato e figurato dallospirito » (Razza e nazione, op. c., p. 12 b).
La contrapposizione, che passa fra razza e nazione, si riducea quella del tutto irriconciliabile, che corre fra materia e spirito, fraanimalità e razionalità. « Come la razza viene classificata, scrive ilColajanni, e contraddistinta da caratteri somatici comuni, così la nazione loè dai caratteri psichici e dalle manifestazioni sociali comuni » (Latini eAnglo-Sassoni, op. c., p. 26).
A corroborare la netta distinzione, necessaria ad ammettersi,fra razza e nazione, concorre il fatto che non esistono popoli, i quali nonrisultino da un miscuglio di razze diverse, fusesi insieme e mutatesi innazioni. Lo stesso Lapouge, fanatico dottrinario del principio razzista, hadovuto ammettere questa verità. Infatti egli scrive: « La nazione che cominciaa formarsi comprende delle razze diverse in proporzioni differenti e ripartitein una certa maniera nella gerarchia sociale. Da questi individui esce a poco apoco un gruppo più compatto. Di generazione in generazione le linee sicongiungono, si ramificano e si uniscono ancora all'infinito. La comunità diplasma si stabilisce in tutta la massa e non vi è individuo che non sia un pocoparente di tutti » (Citato dal COLAJANNI, Latini e Anglo-Sanssoni, op,c., p, 7). .
Ricapitolando il suo studio sull'origine della razza e dellanazione, il P. Schmidt scrive: « Una conclusione significativa delle nostreindagini sopra la posizione delle nazioni deve saltare subito agli occhi: mentrele razze risalgono colle loro radici agli inizi della storia dell'umanità, lenazioni hanno un'origine molto più tarda e si formano solo all'inizio delleculture superiori, quando le singole culture primarie, che sono egualmente piùantiche delle nazioni, si fondono o vengono fuse insieme da un più grandedestino sociale, in cui raggiungono anche la coscienza di questa comunità,appunto; di carattere culturale » (Razza e nazione, op. c., p.158).
La composizione eterogenea delle nazioni moderne, sottol'aspetto della razza, è perfettamente riscontrabile con dati storiciincontrovertibili, ed è cosa tanto universalmente ammessa che proprio non metteconto di insistervi (Cfr. JEILINEK, La dottrina generale dello Stato, op.c., p. 227. SCHMIDT, Razza e nazione, op. c., p. 89. - FINOT, Le préjugédes races, op. c., p. 425 e p. 444). Basterà a questo proposito riportareun passo del Keane, illustre antropologo, citato dal Colajanni. « FlindersPetrie, egli scrive, ha acutamente osservato che il solo senso che può avereadesso la parola razza è quello di un gruppo di uomini, il cui tipo si èunificato coll'eccedenza della funzione dell'assimilazione sulla funzione delcambiamento prodotto da elementi stranieri. E con Gustavo Tosti dobbiamoricordare che nello stato attuale della scienza la parola razza è una formulavaga, alla quale nulla di definito può corrispondere. Da una parte le razzeoriginarie possono ammettersi soltanto nella paleontologia; mentre i gruppi piùlimitati che ora si chiamano razze non sono razze ma popoli e riunioni dipopoli, affratellati più dalla civiltà che dal sangue » ( Latini eAnglosassoni, op. c., p. 29).
Per comune consenso della vera scienza non esistono, dunque,oggi razze pure, ma miscugli di razze svariate, fuse insieme da causemolteplici, tanto che, secondo il P. Schmidt, l'ufficio dell'indaginescientifica sulle razze europee sarà quello di « stabilire da quali razze piùantiche, con quale percentuale, e in quali rapporti di mescolanza le razzeeuropee abbiano acquistato, nelle singole parti, il loro aspetto odierno » (Razzae nazione, op. c., p. 89).
Da tutto ciò si deve concludere che, se l'unità di razzafosse un elemento essenziale della nazione, oggi non esisterebbe alcuna veranazione, degna di questo nome. E così verrebbe ad essere distrutta la realtàstessa, della quale si cerca di determinare gli elementi costitutivi, e siriuscirebbe all'assurdo che, mentre da un lato si cerca di determinare l'esseree la natura della nazione, la nazione rimane negata nella sua stessa esistenza.Bisogna dunque escludere in modo assoluto che la nazione si riduca alla razza.
Ci siamo dilungati, forse un poco troppo, nel ribattere lateoria razzista della nazione, ma ci è parso necessario toccare almeno i puntifondamentali, per dimostrare la vacuità di questa ideologia, oggi tantofanaticamente proclamata dai cultori del mito razzista. Accenneremo ora soltantodi sfuggita agli altri fattori della nazionalità, ritenuti da qualcuno comeelementi essenziali della nazione. Vengono particolarmente in considerazione lalingua, la religione, il territorio e lo Stato. Tralasciamo di considerare loStato, dovendo più in là toccare l'argomento più diffusamente.
Indubbiamente la lingua è uno degli indici più evidentidella nazionalità, e una delle cause più attive a far sorgere il sentimentodell'unità nazionale, e tuttavia non può essere ritenuta come l'elementoprincipale della nazione, e molto meno come un suo costitutivo essenziale. Visono infatti dei popoli che parlano la medesima lingua, eppure sono divisi inparecchie nazioni, spesso in aperto antagonismo. Il fatto si mostra in tutta lasua evidenza nelle repubbliche dell'America latina.
Si danno ancora, come osserva il Jellinek (La dottrinagenerale dello Stato, op. c., p. 228), dei frammenti di nazione le qualiparlano una lingua differente dalla maggioranza, e nondimeno si considerano comeparti di un'unità nazionale più estesa. « La lingua, come elementounificante, scrive il P. Schmidt, non deve essere sopravvalutata, tenendo contodei confini oscillanti tra lingua e dialetto e. del fatto che nel vastoterritorio di una nazione possono trovarsi necessariamente un gran numero didialetti, e anche una certa quantità di lingue straniere » (Razza e nazione,op. c., p. 147).
Come la lingua, così non vanno sopravvalutati la religione eil territorio. L'unità della credenza religiosa non è necessariamenterichiesta dall'esistenza di una nazione, nella quale possono bene convivereinsieme gruppi appartenenti a diverse credenze religiose, che sebbene divisi'nelle verità accettate per fede e nelle. forme del culto, si sentono tuttaviauniti nella comune appartenenza a un medesimo organismo nazionale. Nel fatto nonesiste oggi nazione, dove non si noti la presenza di comunità religiosedissidenti.
Il territorio, poi, sebbene abbia il suo influsso nellaformazione di alcuni caratteri nazionali e faciliti gli scambi culturali fra ipopoli viventi in contatto continuo, è evidentemente un elemento piùaccidentale degli altri, potendo di tempo in tempo cambiare di estensione e diconfini, senza che la nazione cessi di esistere o si disperda.
Sembra, dunque, necessario concludere, dopo quanto si èdetto, che né la razza, né la lingua, né la religione; né il territoriocostituiscono l'essenza della nazione, e che pertanto questa debba esserericercata in qualche altro elemento, che riduca ad unità gli individuicontrassegnati da tutti questi caratteri distintivi.
A. MESSINEO S. I.