AHARONDAVID GORDON

1928



AHARON DAVID GORDON (1856-1922) si stabiliva in Erez Israelnel 1904. Si dedicò subito all'agricoltura, prima presso coloni a Petach-Tikwah,poi a En-Gannim; nel 1912 passò a lavorare nelle colonie di Galilea e nel 1919si stabilì a Degania dove morì.

«L'influenza esercitata da A. D. Gordon sul movimento, dellavoro in Erez Israel e sul Sionismo in generale è stata una influenzaspeculative-ideologica. Le sue idee fondamentali riguardano
il valore da attribuirsi al contributo dell'individuo nel rinasci mentonazionale; l'importanza del lavoro fisico in seno alla na tura, qualemanifestazione prima ed essenziale del rinnovamento nazionale, in contrappostoalla vita urbana della Diaspora; il con cetto superiore di popolo, come quelloche è il canale della vita cosmica, la quale si trasmette all'Umanità soloattraverso il popolo, (e di qua la sua avversione al socialismo internazionale).L'ufficio cosmico attribuito da Gordon al popolo lo condusse a creare ilconcetto di « am-adam » (popolo-uomo) come l'ideale a cui deve tendere ognipopolo. Non solo devono esserci rapporti umani, rapporti di giustizia e difratellanza fra i singoli uomini, ma anche fra i singoli
popoli in quanto tali. Di qua il suo appello a relazioni leali e a rapporti divicendevole aiuto fra Ebrei ed Arabi in Palestina ». (A. Jaari).

A. D. Gordon è, nella storia del Sionismo, il capo spirituale di quellatendenza esaltatrice del « lavoro » per cui si è venuta a creare quasi unanuova « religione », cioè a considerare il lavoro non solo come una necessitàed un dovere, ma come la sintesi di tutte le virtù e di tutte le bellezzeumane.

« Ora il nostro ideale massimo deve essere il lavoro. Soltanto se faremo dellavoro per il lavoro l'ideale, o meglio se riusciremo a rimettere in lucel'ideale del lavoro, soltanto allora potremo superare la distanza che ci haseparato dalla natura ».

Alcuni dei frammenti che qui riportiamo, scelti fra i più caratteristici delpensiero di A. D. Gordon, risalgono fino al 1911 e al 1916 e sono quindianteriori alla fase mandataria di Erez Israel.

Altri sono posteriori all'occupazione inglese e alla Dichiarazione Balfour.



La cultura e il lavoro


L'ultimo Congresso (Amburgo 1909) è stato precipuamente un congresso dicultura. E in sostanza doveva essere così fin dal primo momento. Perché labase fondamentale del nostro movimento culturale, è l'aspirazione a ricostruirela nostra vita secondo il nostro spirito e secondo la nostra via, ciò checostituisce la sostanza della cultura. Poi ché se il popolo d'Israele avessevoluto o potuto vivere un'al tra vita non avremmo avuto bisogno di nessunmovimento nazionale.

Ma quale carattere ha questa cultura che ha finito col conquistare il suo postonel nostro movimento nazionale  dopolotte così lunghe e così tenaci?

Questa cultura è ciò che da noi si chiama « rinascita dello spirito ». Cioèquello spirito che noi veniamo a risuscitare non è uno spirito di vita cheriempie tutto il corpo e vivifica tutto il corpo e riceve vita da tutto ilcorpo, ma un certo spirito emanato, che ha costretto la sua immanenza neirecessi del cuore e del cervello. La parte sostanziale della cultura non èaltro che una questione di opinioni (così han pensato e detto al Congresso). Edin materia di opinioni l'uno può adottare la concezione del mondo fissata allascuola di Hermann Struck o del Rav di Lida e l'altro la concezione del mondostabilita secondo la scuola di Marx e di Engels.

Sotto questo aspetto noi siamo soliti a considerare la cultura, e talora perfinoil fiorire della cultura anche nel Galùth. « Opinioni», « spirito »non occupano spazio e non sempre tu distingui se sono prodotti del loro tempo opro- dotto del loro popolo. Però, se vogliamo dire la verità, non abbiamo nepossiamo avere nel Galuth una cultura, una cultura viva, che si alimentialla vita e si sviluppi dal proprio seno; noi non abbiamo cultura perché nonabbiamo vita, poiché la vita nel Galuth non è la nostra vita. Quelloche .abbiamo nel Galuth sono valori culturali noti, che ci son toccati ineredità dal passato e che noi correggiamo, ogni qualvolta è necessario, collospirito del luogo e del tempo,  cioè in armonia con quella vita che siamo costretti a vivere secondo il processo di vita degli altri e secondo la volontà degli altri. Noi abbiamo pure una certa capacità di adattamento, che ladispersione ha sviluppato in noi e che ci  permettedi rielaborare i resultati della vita altrui secondo  il nostro spirito, di fare del frutto del lavoro altrui dei « manicaretti » secondo il nostro proprio gusto. Quello che ancora ci rimane è la coscienza e la sensazione di quello che non abbiamo, cioè un'enorme negazione. Nella nostra  condizione anormale, questo è il nostro patrimonio più naturale d'idee, di letteratura, di poesia. In tutte quelle cose che possediamo, noi siamo talora molto originali; noi  profondiamo talora moltacapacità creatrice in queste nostre novità. Ma molto ci corre prima di poterparlare di cultura viva.

La cultura viva abbraccia infatti tutta la vita. Tutto ciò che la vita crea per la vita è cultura. L'agricoltura, la costruzione di case e di ogni genere di edifici, la costruzione distrade, ecc. ogni lavoro, ogni azione sono cultura. Questa è la base della cultura e la sua materia. L'ordine, il modo, la forma, la maniera con cui le cose son fatte sono la forma della cultura. E quanto sentono, pensano, vivono coloro che agiscono, nel momento in cui agiscono e nel momento in cui nonagiscono e i rapporti che nascono da tutte queste cose, compresa la natura che vive in mezzo ad esse, tutto ciò è lo spirito della cultura. Da esse si alimenta la culturasuperiore: la scienza, l'arte, le credenze, le idee,  la poesia, la morale, la religione; la cultura superiore, o la cultura nel suo senso più stretto, quella a cui specialmente si vuole alludere quando si parla da noi di cultura, è la crema della cultura in generale, della cultura nel suo senso più ampio. Ma si può fare la crema senza il latte? Oppure, posto che si faccia col latte degli altri, la crema potrà essere alloratutta nostra?

Che cosa cerchiamo noi in Erez Israel se non quello che non si trova in nessun altro luogo del mondo: il vivente latte della cultura? Noi oggi, nel momento in cui non possediamo nulla,non veniamo a creare una cultura accademica, ma la cultura della vita, la quale assorbe in sé medesima, dentro tutte le sue molecole e tutti i suoi atomi, quella culturaaccademica; la cultura della vita, la quale non attende che d'esser compresa per produrre la crema, cioè la cultura superiore. Noi veniamo per creare le credenze e le idee, che ci sono nella vita, l'arte che c'è nella vita, la poesia che c'è nella vita, la morale che c'è nella vita, la religione che c'è nella vita. E si può aggiungere pure: e attraverso a tutte queste cose il legame che c'è nella vita o il legame vivo fra il presente e ilpassato. Noi veniamo a creare la vita, la nostra  vita, la vita secondo il nostro spirito e secondo la nostravia.  Ma qui io ritengo mio doveredi dire cose più chiare, per  quantosi capiscano da sé da quanto precede. Noi siamo figli dello spirito infinitoche creò l'Universo con la sua Parola. Se io dico « creare » la vita, nessunocome noi « crea »  tutto con unaparola d'incoraggiamento, colla voce, colla voce di Giacobbe. Per cui bisogna semplicemente dire: Tutto il nostroobbiettivo in Erez Israel è di fare proprio con le nostre mani tutte quellecose che fanno la vita, di fare proprio  conle nostre mani tutti i lavori, tutti i mestieri, tutte le opere, dalle piùintelligenti, dalle più pulite, dalle più facili fino alle più grossolane, alle più umili, alle più difficili, e di sentirequello che sente l'operaio che compie tutti quei lavori, di pensare quello cheegli pensa, di vivere quello che egli vive secondo la nostra strada. Allora noiavremo una cultura perché allora avremo una vita.....

Bisogna che il nostro massimo ideale sia il lavoro.... Solo se faremo dellavoro in sé e per sè l'ideale, anzi, meglio, soltanto se riscopriremol'ideale del lavoro, solo allora potremo guarirci della malattia di cui siamoaffetti e potremo riparare all’hiatus che ci ha separato violentementedalla natura. Il lavoro è il grande ideale umano, l'ideale del futuro ....Noipossiamo imparare da tutta quanta la nostra situazione passata e presente, chedobbiamo essere i primi in questo. Noi dobbiamo lavorare tutti. Non vogliogiudicare o insegnare, ma per me è evidente che è opportuno e degno che ilmaestro pensi, che lo scrittore pensi, che il poeta  pensi quanto il lavoro può dar loro. So che queste parolesuoneranno strane e sorprendenti per molti, ma talvolta son appunto le parole strane che inducono a pensare con energia. Chi sa?Forse esse indurranno a pensare.

Un nuovo spirito è necessario per noi e per la nostra rinascita.

Noi siamo avvezzi a sentir dire, in tono di lamento, che non c'è nessuno, che non abbiano gli uomini capaci di compiere grandiazioni.

Ma dove sono quegli Ebrei che salivano i roghi o andavano al macello amigliaia e a dicine di migliaia, solo per  nontradire il loro popolo e il loro Dio? Non dite: Come  mai gli antichi erano migliori di questi? perché in realtà non erano migliori di questi. Quel Reuvèn e quel Scimòn che oggi in Erez Israel sono tutti immersi nel calcolo del denaro e non pensano un istante alla vita nazionale sospesa ad un filo, questi stessi Reuvèn e Scimòn, allora, in quelle spaventose età della Dispersione, sacrificavano la loro vita per lasantificazione del nome della nazione. Poiché allora essi possedevano un altrospirito. Cioè tutto il popolo possedeva un altro spirito. Sono cose che nonhanno bisogno di prove lontane. La prova è vicinissima ed eloquentissima.Quelle medesime persone, quegli stessi Keuvèn e Scimòn che sono oggi in ErezIsrael, erano altri molti anni fa. Essi stessi vi si sono trasferiti per unideale, essi stessi desiderarono di lavorare e lavorarono molto e soffrironomolto e fecero molti sacrifici. Poiché allora possedevano un altro spirito.

Ma quello spirito è passato....

Abbiamo bisogno di fanatici del lavoro — s'intende di fanatici nel più buonsenso della parola.

Non ho bisogno di spiegare, a chi dà la propria vita per un'idea, quanto ciòsia difficile. Ma non ho neppure bisogno di spiegargli quanto ciò sianecessario.



Ebrei ed Arabi.

Le condizioni principali per l'attuazione della nostra aspirazione sono,naturalmente, la terra e il lavoro. Però se, fino ad ora, fino a prima dellaguerra, non dovevamo far altro che acquistare il diritto al suolo colla forzadel lavoro, ora, col nuovo stato di cose, dobbiamo spiegare ancora a noi stessi(ed agli altri) il nostro diritto nazionale alla terra e la nostra situazionepolitica, nella nostra qualità di popolazione del paese.

Si suol dire che il diritto a una terra non si acquista se non col sangue. Èuno dei sofismi che hanno acquistato diritto di cittadinanza presso tutti ipopoli a cui la giustizia corrente ha permesso di essere belve; è una delletante menzogne convenzionali. Col sangue e col fuoco si usurpa la libertà deipopoli e si sottomette il popolo insieme colla terra   in una schiavitù temporanea, finché non si èaffievolita la   forza delconquistatore; ma la terra rimane sempre in atto nelle mani di chi la abita e di chi la lavora. I Romani, per esempio, conquistarono col sangue e col fuoco molti paesi,  ma li tennero sotto la loro signoria finché ebbero forza sufficiente atenerne le redini; quando però le redini caddero loro  di mano, quei paesi tornarono ad appartenere a chi li abitava  e  li coltivava.  Altro esempio:  la Polonia  fu sottomessa  col  sangue e col fuoco da alterni dominatori, ma rimase sempre  di fatto dei suoi abitanti e dei suoi lavoratori. Un paese si  acquista vivendoci; col lavoro e colla creazione. Così noi  acquisteremo o riprenderemo il nostro diritto alla nostra  terra. Abbiamo un diritto storico alla terra; e questo diritto  è rimasto in nostro possesso, finché un'altra energia di vita e dicreazione non lo acquistò in modo perfetto. La nostra terra che in antico era«una terra stillante latte e miele» o, comunque, suscettibile d'un'altacultura, rimase desolata, povera, misera più di ogni altro paese civile e anchevuota   (o quasi). È questauna specie di sanzione del nostro diritto alla terra, una specie di segno che laterra  spetta a noi. Colla vita, col lavoro, colla creazione noi acquisteremo oriaffermeremo il nostro diritto storico su quel paese.

Sta pure in ciò il criterio dei nostri rapporti con gliArabi, giudicato da questo aspetto. Gli arabi abitano sul suolo né noi possiamoledere il loro diritto e respingerli. Ma neppure essi possono infirmare ilnostro diritto a quel suolo su cui noi viviamo e lavoriamo. È vero, noi siamola minoranza, ma quel terreno che noi abbiamo acquistato col nostro propriolavoro è nostro e nessuna maggioranza al mondo può diminuire questo nostrodiritto o toglierci quanto abbiamo guadagnato per effetto del nostro lavoro edella nostra creazione.  Il problemaverte  sulla ulteriore  dilatazione. Cioè  chi ha maggior dirittodi estendere la sua occupazione alla terra non ancora conquistata col lavoro ecoll'opera ricreatrice. Ma qui l'importante non è la quantità, ma la qualità:la energia di vita e di crescenza — similmente a quanto si constata nel regnovegetale — l'energia del lavoro e della creazione e anche la potenza disacrificio. Chi lavorerà di più, chi creerà di più, chi vi metterà più didedizione, costui acquisterà maggior diritto morale ed altresì maggior forzavitale sul paese. Si tratta di una gara pacifica; e il diritto di questaconcorrenza pacifica ce lo dà soprattutto il nostro diritto storico alla terra.E in questo dobbiamo indubbiamente unire a noi tutto il popolo d'Israele, intutti i paesi della sua dispersione.  Questodiritto alla gara pacifica, alla dilatazione nel paese, è non solo il diritto del piccolo nucleo che abita qua, ma il diritto d'unpopolo di dodici milioni.

Qui va notata un'obiezione che sembra giusta e che vien sollevata anche fra noi sotto l'aspetto della religiosità. Dicono chenoi, venendo a stabilirci qua, defraudiamo gli Arabi che sono effettivamente ipadroni del paese, conquistato  daloro ad altri e non a noi. Ma che cosa significa: padroni del paese? Se va considerato padrone del paese quel popolo che detiene la signoria politica, gli Arabi non sono padroni di questa regione da tempo indeterminato, poiché prima essa era in mano dei Turchi ed ora è in mano agli Inglesi. Dunque oltre aldiritto del soggiorno e del lavoro, anche gli Arabi non hanno che un diritto storico sul paese, precisamente come noi; solo che il nostro diritto storico è senza dubbio maggiore. Dunque noi pure prendiamo il paese ad altri e non a loro. Quanto al diritto derivante dall'abitare nel paese e dal coltivarlo, noi pure lo abitiamo e lo coltiviamo. La differenza franoi e gli Arabi è quindi, da questo aspetto, una differenza quantitativa e nonqualitativa, non è una differenza  chederivi da questo diritto.

Però di fronte a questo noi dobbiamo andare molto cautinei nostri rapporti con gli Arabi, nell'acquisto dei terreni, ecc. in modo danon ledere neppure in minima parte il loro diritto naturale, in modo da nonspogliare della loro terra coloro che veramente la lavorano, ecc. È preferibileche la terra ci costi il doppio e il triplo e anche più del suo valore; èpreferibile che noi risarciamo i veri proprietari terrieri, quelli che vivonosul suolo e lo lavorano — se abbiamo uno speciale bisogno della loro terra —con ogni specie d'indennità, per quanto gravi difficoltà e gravi pene esse cicostino (come sarebbe, ad esempio, di procurare loro terre in altre località esimili) piuttosto che ledere in qualsivoglia misura il loro diritto. Per noi ilprezzo delle terre non ammette limiti: qualunque somma costino, esse la valgono.In generale noi dobbiamo adottare rapporti umani cogli Arabi ; non trattare conloro soltanto in base ai loro lati negativi, come gli antisemiti trattano connoi in base ai nostri lati negativi. S'intende che non è questo il luogo ne èin poter mio di spiegare come si può sistemare la cosa; io dico solamente chela cosa vuol essere regolata e che ci vuole un serio studio e molto lavoro.Forse si potrebbe costituire a questo fine una commissione speciale di uominiadatti sotto tutti gli aspetti, il cui compito fosse di regolare tutti gliaffari e tutti i rapporti fra Ebrei ed Arabi. Le nostre relazioni con loro handa essere sempre umanissime, anche se d'altra parte non sono sempresoddisfacenti. Meglio che imparino loro da noi piuttosto che noi da loro. È unacosa che meriterebbe di esser discussa nelle nostre assemblee, molto più chenon valga discutere di politica. È una cosa che ci riguarda in modo immediato.Qui abbiamo davanti a noi da un lato delle questioni concrete, politiche esociali e dall'altro abbiamo davanti una grande norma di vita, abbiamo davantila prima misura, il primo esercizio immediato di una fraterna convivenza di duepopoli. Ma anche qui la cosa principale è daccapo la vita e noi, ciascuno dinoi, da noi medesimi. Se noi aspireremo ad essere più umani, più vivi,troveremo il rapporto giusto coll'uomo e coi popoli in generale e cogli Arabi inparticolare.

Tutto ciò da un aspetto, dall'aspetto del nostro dirittopolitico  (e precisamente dal suo aspetto ufficiale, legale) sulla terra con tutto quanto vi si riferisce.Ma la terra, come base di vita e di creazione, in quella forma a cui noi aspi-riamo, non ammette altro diritto e 'altra conquista all'infuori del diritto edella forza della conquista del lavoro, su cui noi ci appoggiammo fin dal primomomento della nostra immigrazione (s'intende che nella vita nazionale c'è postoper lavori anche non fisici: ma la vita dirà quali saranno necessari e in chemisura, di che forma saranno e sotto quali condizioni si compiranno). Orarisalta specialmente la potenza del lavoro come capacità di conquista politica,soprattutto   dal suo latomorale e vitale, in quanto, come abbiamo veduto, il paese è effettivamente esempre possesso politico di coloro   chelo coltivano, anche quando il popolo è privato della sua libertà politica. Percui a noi s'impone ,« l'imperativo categorico » obbiettivo, concreto, politicodi lavorare: se lavoreremo e nella misura che lavoreremo la terra sarà nostra;altrimenti non ci serviranno a nulla tutte le « sedi nazionali » e   tutto « il sangue e il fuoco ».

 

    (Dai «Kitvè A. D. Gordon», Voi. I, Tel-Aviv, 5688-1928).