MOSHÈ L. LILIENBLUM 

IlRisorgimento d'Israele sul suolo degli avi 

1884,gennaio

MOSHÈ L. LILIENBLUM (1843-1910) cominciavala sua carriera letteraria quale sostenitore di una riforma religiosa dell'ebraismo per passare quindi ad una specie di liberalismomaterialista ed utilitarista secondo gli spiriti del tempo.

Collaboratore alla rivistaHa-shahardi Smolenski, vi pubblicava nel 1872 una critica al romanzo « Ait Zavua» diMapu sottoil  titolo « Olam -  ha - thohu  (II mondo  dell'irreale) dove  combatteva i pregiudizi ed i costumi superstiziosi del ghetto,concludendo che bisognava dare agli ebrei una visione concreta della vita e sottrarli all'atmosfera di quella loro fittiziaesistenza cheera perniciosa.

Nel 1876 pubblicava unaspecie di romanzoautobiografico « Hattoth Neurim »  (Peccatidi gioventù), in cui esponeva congrandesincerità fatti e idee dei suoi anni giovanili e si ribellavacontrol'esagerato impero della religione e contro la compressionechesoffocava gli spiriti.

In fondo a tutta questa insofferenza ed inquietudine ci eraungrandeamore per la .sua gente e per i valori essenziali ed indefettibilidell'Ebraismo, chiusi ambedue nella prigionia del ghetto.Percui appena s'incominciò nel 1879 a diffondere nella letteratural'idea della  fondazione di  colonie agricole  per gli  Ebrei dellaRussia,Lilienblum se ne entusiasmò:  glipareva che si venissecosìa porgere un aiuto materiale, fisico, reale agli individui Ebreie— se fosse stato dato in misura adeguata e maggiore — a tuttoquantoil popolo.

I pogrom russi del 1881maturarono la sua ideadi una colonizzazionein Erez Israel. Nel suo primo articolo « sionistico »pubblicatoin «Ha-shahar» (N. 8, 1882) sotto il titolo «D' Israele ela sua terra », proponeva che si offrisse al Sultano, l'acquisto dellaPalestina;quindi diventava uno dei più attivi e influenti Hovevè-Zion, collaborando con Pinsker, col prof. Schapirae col Dr. Mandelstamm alla compilazione del primo programma delle societàcolonizzatrici e del loro congresso. Gli articoli pubblicati da lui inquegli anni e raccolti in un opuscolo intitolato, « Del risorgimentod'Israele nella terra degli avi », sono considerati quali unaspecie di supplemento e complemento alla « Autoemancipazione » diPinsker:la Palestina vi è presentata infatti — superando i dubbidiPinsker — come l'unico paese destinato al risorgimento delpopoloebraico e vi si insiste sulla necessità di una azione colonialeeffettivaa qualunque costo.

 

IlRisorgimento d'Israele sul suolo degli avi 

Se noi Ebrei soffriamo da secoli tutte le pene del mondo, se andiamoerrando da un paese all'altro senza trovare un po' di pace e nemmeno un po' diumana pietà, se non siamo altro che materiale adatto ai roghi e alle prigioni,alle rapine da parte delle plebi e agli insulti crudeli da parte deglipseudo-intellettuali, è evidente che i colpevoli siamo noi. Se la nostra .sorteci ha ridotto ad essere bersaglio ai più vili insulti, non ha fatto altro chemetterci in quella condizione che noi stessi abbiamo voluto.

Non parlo dei nostri miopi avi delle primitive età ....ma parlo deinostri padri degli ultimi secoli, di quelli del Medio Evo e dei periodisuccessivi, che si son creati con le loro mani la sorte che hanno voluto.

È proprio vero che nei 1400 anni che son decorsi dal principio del MedioEvo, non ci fu neppure un istante in cuisarebbe stato possibile agli Ebrei di raccogliersi in massa nella terra degliavi e di insediar visi? È proprio vero che gli esuli di Spagna, che sistabilirono in molti luoghi della Turchia, non potevano fare ancora un passo egiungere in Erez Israel? Nel secolo XVI Don Josef Nasì ebbe in dono dal sultano Solimano la città di Tiberiade e dintorni, doveintendeva fondare alcune colonie ebraiche, ma non ci riuscì. Perché?

Che effetti ebbe l'intenso movimento degli anni 1881-82 ? Diecine dimigliaia d'Ebrei fuggirono in America, alcune  migliaia scapparono in Erez Israel, si fondarono società, si fecero molti discorsi, si diffusero appelli... e tutto ad un  tratto, come per un colpo di bacchetta magica, ne resultò unbei niente.....

Ora poiché c'è chi non vuoleil nostro risorgimento, costui deve avercerto qualche motivo o deve avere da attendere qualche altro modo disalvezza..... Gli avversari della  nostrarestaurazione si dividono in due classi : gli uni per  ignavia ed inconsapevolmente odiano qualsiasi tentativo inteso amigliorare la nostra situazione, se esso esce dai confini  dei paesi in cui vivono; i secondi si oppongono per partito preso allarinascita della nostra nazione nel paese degli avi ed al nostro risorgimento.Alla prima classe appartengono la maggior parte dei ricchi ebrei le cuiobiezioni non sono state mai  diffuseper la stampa, ma sono naturalmente comprensibili.

Essihan sofferto poco o nulla in seguito ai moti antisemiti, che considerano casualie passeggieri; non conoscono per niente la orribile miseria delle nostre follee, vivendo tranquilli, non capiscono perché tutte queste apprensioni, noncapiscono  per quale motivo sianvenuti fuori d'un tratto alcuni perdigiorno a parlare di risorgimento nazionaleo, come diceva agli Ebrei un giornale russo con linguaggio teatrale : « Iragazzetti chiedono la Palestina? Ma per questioni tanto serie ci vuole danaro,e chi ha mai dato loro il permesso di metterci le mani in tasca »?

Alla seconda classe appartengono quei nostri intellettuali chesoni diventati russi, polacchi, tedeschi, ecc. Sono gli assimilatori, che altrorapporto non hanno col loro popolo nel nostro paese se non questo: che quandonascono e muoiono vengono iscritti nei registri degli Ebrei presso i loroRabbini ....e fuori di qua nessun legame o rapporto li unisce per lo più alloro popolo. Quello che dicono per consolarci non ha senso e gl'inni che cicantano sono ipocriti. « Abbiamo sopportato sventure maggiori di queste » —dicono — o « La luce della civiltà e l’amor del prossimo si estenderanno atutto il mondo ed al loro lume scompariranno l'odio nazionale e l'antisemitismo» o « Gli ebrei non sono un popolo, ma una religione, e non hanno perciò ildiritto di vivere una vita distinta ». Altri,specie i filosofi pratici del Nord, chiamano vane fantasie o attentato alleleggi dello  Stato ogni idea di rinascita ebraica, compresa la creazione di colonie in Erez Israel.

 

                           II

Lasciamo i casi straordinari, come le persecuzioni e le stragi, edosserviamo la vita e la situazione degli Ebrei, anche nei paesi in cui godono giàuguaglianza di diritti. È uno stato di abiezione, di schiavitù e di vergogna,poiché non stanno bene se non quando non sono considerati quali ebrei, ma qualiuomini semplicemente.

Prima di tutto la vita degli Ebrei non è in nessun luogo normalenénaturale; ne potrebbe essere altrimenti. Ogni popolo abita la sua terra, vivedei prodotti che la natura del suolo e la posizione geografica gli offrono evive delle sue intime energie; secondo le sue condizioni di vita, produce inuna data misura plebe e intellettuali, gente vigorosa fisicamente e gente riccadi pensiero e di danaro. Noi invece essendo stranieri ed essendo giunti in ogniluogo dopo che il lavoro e i capitali erano ormai distribuiti tra i cittadini,siamo costretti a viver da per tutto d'aria. I nostri intellettuali, cioèquelli che vivono di una attività di pensiero e d'ingegno, non si adeguano pernumero a quegli altri che vivono di un lavoro manuale, numero che non è neppureesso tra noi costante e definito,  sicché  possiamo  dire  d'assomigliare ad  un  gran corpo che si poggia su zampe di gallina. Una situazione simile nonè per nulla normale.

 

III

 

Agli Ebrei non è permessa alcuna libera opinione. Gladstone s'irritaperché sono conservatori, Bismark perché sono liberali; gli czechi liminacciano di rappresaglie perché non danno prova di patriottismo e non sischierano contro i tedeschi; i tedeschi pretendono che si oppongano agli czechie ai polacchi. E noi Ebrei abbiamo tanta sopportazione da star ad ascoltarefreddamente tutte queste brutte rampogne....  

I nostri intellettuali ci fan la morale. « Non ci siamo assimilati asufficienza ai popoli europei; ci sono rimasticerticaratteri specifici degli Ebrei, ecc. ». Qualcun altro risponde: «Con checuore ci assimileremmo a loro, ma essi ci respingono », quasi che dovessimoveramente assimilarci  agli altri escomparire dal mondo.

Ed è proprio questo che ci domandano.

Perfinoi nostri difensori, perfino i nostri pseudo-amici non desiderano che noiconserviamo la nostra vita nazionale.... Il  Prof. Mommsen ci consiglia di battezzarci perché scompariamo dal mondocome popolo distinto; e il patriota ungherese Kossuth, che difende gli Ebrei delsuo paese non perché sono uomini, ma perché possano essere buoni alleati degliungheresi nella loro lotta coll’Austria, ci propone di scomparire mediante imatrimoni misti....

IV



Avendo perduto da un lato la fede nella possibilità di liberarci da noi dalle nostre disgrazie e dall'altro lato nonpotendo rassegnarci alle nostre sventure e non potendo crederci condannati eternamente all'odio ed al dolore, noiabbiamo riposto e riponiamo la nostra speranza ora nella potenzia miracolosa di qualche Messia, ora nella civiltà taumaturgica.

La scelta fra queste due forze miracolose, che debbono venir tutte due dal di fuori e senza nostro intervento, dipendedal grado di fede e di coltura dei nostri fratelli. Gli ortodossi aspettano la prima, gli illuminati la seconda. Quello che han di comune fra loro è che ambedue ammettono che noi non abbiamo forze proprie.... Ma si avvererà il loro sogno? Cilibererà la civiltà dalla nostra vita di schiavitù, di dolore e di vergogna? Secondo me la risposta non può essere che negativa.

L'odio dei popoli contro di noi conta circa duemila anni, ma esso deriva da un sentimento finora inspiegabile. Ilsecolo XIX, ricco di tante scoperte, ci ha rivelato in che consiste il segreto di questo misterioso odio, e cioèche noi siamo stranieri dovunque, che non solo siamo figli di un popolo straniero, ma anche figli di una razza straniera, i cui caratteri, le cui qualità e i cui costumi sono diametralmente diversi dalle qualità, dai caratteri e dai costumi delle genti europee.

Non ci sarà né ci potrà essere mai completa eguaglianza fra i figli e gli stranieri. Ciò è contrario alla natura umana,e nessuna civiltà potrà fare che non sia...

Ma la civiltà si oppone veramente al desiderio dei popoli, oggi, di vivere una vita nazionale, originale? Possiamodavvero chiamare regresso e non progresso il movimento nazionale e dire che esso è un delitto contro la civiltà? Secondo me, no. Il movimento 'nazionale è, secondo me, un passoavanti
e la base del vero progresso.

Fra i vari caratteri della civiltà ebraica e quelli della civiltà che si è soliti chiamare « romana » vi è gran differenzain quello che concerne il diritto di proprietà che ogni nazione possiede sulla sua terra. La civiltà biblicadà ad ogni popolo il possesso della sua terra; ritiene cioè che ogni popolo abbia
diritto di proprietà sulla sua terra, come ogni uomo lo ha sulle proprie sostanze. La civiltà romana è invece cosmopolitanel pieno senso della parola. Mentre proibisce che si defraudi lo straniero della sua proprietà privata, allorché si trattainvece della proprietà nazionale non esiste per lei « né giudeo
né greco ».

Finché questa civiltà ebbe impero nel mondo, nel Medio Evo e nell'età moderna fino circa alla metà delsecolo XIX, la storia non ha avuto da fare altro che con monarchie e religioni; delle nazioni e dei loro diritti nessuno ne ha parlato.Questo regime, basato specialmente sul cosmopolitismo e sulla
forza, ha creato paesi come l'Austria, la Svizzera, lo Stato della Chiesa, ecc. fino alle violenti conquiste di Napoleone I.


Ma l'iniquo dominio di Napoleone fu per il regno delcosmopolitismo come un lume che si spegne, il quale emana luce più forte prima di estinguersi completamente. Nelmomento in cui la Santa Alleanza delimitava i confini degli Stati europei e creava l'« equilibrio », — s'intende a suobeneplacito — cominciava in un piccolo Stato del Levante il movimento greco. La storia prendeva una strada nuova, quellanazionale, e il cosmopolitismo romano, innaturale e senza base, che non riconoscené le condizioni di clima, né lo sviluppo storico dei vari popoli, ne i loro caratteri, e non fadistinzione fra ebreo e greco, fra francese e samoiedo, il cosmopolitismo romano va perdendo terreno di giorno ingiorno.
La civiltà biblica, nazionale, ha trionfato. Quindi si è ricostituita la Grecia, l'Ungheria si è riscossa, l'Italia è risorta, la Germania ha compiuto la sua unità e i popoli balcanici si sono ridestati a nuova vita....

Quando la civiltà nazionale avrà completamente vinto la rapinacosmopolita e le terre nazionali, o fra un secolo o fra un millennio, saranno delimitate energicamente e senzapre giudizio del diritto di possesso nazionale (ciò a cui tende oggi il processo storico) allora si avvereranno necessariamente le sacre parole dei Profeti: « Le loro spade le ridurranno avan ghe e le loro lance a falci; nessuna nazione porterà la spada contro l'altra, ne si addestreranno alla guerra ». (Isaia,II. 4).

Poiché, mancando la speranza di annettere paesi stranieri, non vi sarà più motivo di guerra. Allora sarà possibile unafra terna alleanza fra i diversi popoli indipendenti, alleanza a cui aspira invano l'amore del prossimo e il progresso della civiltà predatrice....

E' evidente che il movimento nazionale in genere non è un regresso comedicono i seguaci del cosmopolitismo romano ma un progresso che deve finire col far cessare le guerree avviare l'Umanità, con tutte le sue nazioni, sulla via dell'inferiore perfezionamento e dell'unità comune. Ma questa
vera civiltà, cioè l'aspirazione a una vita nazionale autonoma, è il terreno su cui fiorisce l'antisemitismo, comel'ortica spunta sopra un bel campo, poiché non ci è rosa senza spine ne c'è bene senza male. L'antisemitismo è l'ombra dellanuova, buona civiltà, e questa non lo distruggerà, come la luce non distrugge le ombre che circonda.

Per questo l'antisemitismo ha così grandi successi. Tre anni or sono, quando Marr (1) creò la sua dottrinaantisemita, noi ce la ridemmo e guardammo con un senso di sprezzo ai suoi intrighi, chiamandoli un anacronismo, qualche cosache era nato con quattro secoli di ritardo. Ma quattro anni dopo il movimento antisemita conquistava quasi tuttal'Europa.

Oggi la nostra situazione è più pericolosa di quello che fosse in ogni altra epoca. Nel Medio Evo gli ebrei eranoperseguitati in un dato momento per lo più solo in un luogo; allora si procuravamo rifugio in un altro luogo; dopo qualchetempo cominciavano le persecuzioni nella innovai dimora, ed allora tornavano nel primo luogo, poiché gli abitanti avevamocominciato a sentire il danno che derivava loro dall'aissenza degli ebrei, che erano quasi gli unici commercianti. Ora non èpiù così. La velocità della stampa, la esperienza che hanno i popoli europei in ogni ramo del commercio —esperienza non
inferiore a quella degli Ebrei — fa sì che essi non abbiano più bisogno di noi, e quindi essi possono opprimerci etormentarci in qualunque luogo e momento. Dove troveremo scampo? C'è stato un solo Stato europeo, comprese Inghilterrae Francia, che abbia accolto l'anno passato un nucleo qualsiasi
dei nostri profughi infelici?...


V.


Quanto abbiamo detto sopra dimostra all'evidenza chedobbiamo cessare di essere stranieri e che dobbiamo cominciare a vivere la nostra vita autonoma come gli altri popoli. L'ideanazionale, che è la radice delle nostre sventure, può e deve essere per noi fonte disalvezza.

Non parlo d'un governo ebraico; idea che sarebbe da parte nostraimprudentissima. Noi dobbiamo procurare che la nostra vita non sia peggiore di quella degli altri popoli,ma non abbiamo il diritto di chiedere una situazione quale non hanno ancora raggiunto molti altri popoli. Infatti se gliczechi e popoli consimili non hanno ancora un'importanza politica, quale ragionevole diritto abbiamo noi, miserierranti, di parlar di governo? No, a moi occorre una casa come hanno tutti i popoli; noi abbiamo bisogno divivere nella nostra terra storica e là essere, come sono tutti i popoli, nelle mani di Dio e della storia.

Nella nostra terra storica! Noi non l'abbiamo perduta, come i Bulgari non han perduto la loro. Il nostro diritto storicoal paese degli avi non è scaduto per il fatto che noi siamo stati per così lunga età in schiavitù.

Qua c'imbattiamo in una stolida ed empia obiezione dei nostri « tedeschi ». Parlo degli epigoni diMendelssohn, i quali negano che esista una nazionalità ebraica. Essi dicono : Nazione è un popolo che possiede una terra, unalingua, ecc. Gli Ebrei che non le hanno non sono nazione ma setta religiosa, e nazionalmente appartengono alpopolo fra cui si trovano a vivere.... Mendelssohn avrebbe potuto negare la nazionalità ebraica al suo tempo, quando nonesisteva nazionalità nel senso ristretto della parola, voglio dire nel periodo del cosmopolitismo, allorché non eranoconsiderati nazioni altro che gli Stati. Molto tempo dopo Mendelssohn, quelvolpone di Metternich diceva che l'Italia non era che un'espressione geografica. Se si poteva allora negarecosì impudentemente l'esistenza di una nazione che viveva nella sua terra e parlava la sua lingua, ecc., che cosa non eralecito dire degli Ebrei? Ma ripeter oggi questa stoltezza, mentre gli Italiani ed altri popoli hanno dimostrato coi fattila falsità dell'opinione di Metternich, è cosa che possono fare soltanto dei sofisti o degli ipocriti....

Chi sono coloro che negano la nazionalità ebraica? gli Ebrei stessi —non già quelli che son disposti a vendere la nostra nazionalità e la nostra storia per il sorriso diqualche teutone o polacco — gli Ebrei stessi non hanno mai cessato di considerarsi nazione....

Così è; noi siamo una nazione, con più tutti quei grandi difetti generali agli ebrei di tutti i paesi, difetti che abbiamoereditato dai semiti in genere e dai nostri avi antichi in ispecie: quell'individualismo esagerato, quella mancanza diunione nazionale, quella sicurezza colpevole dinnanzi al male prevedibile eprevenibile ma non ancora verificatosi, quella concordia generale temporanea quando il male è già
avvenuto e la discordia non appena torna la calma, son difetti che li possediamo tutti nella loro interezza anche noi, sebbene viviamo da quasi 1500 anni fra i popoligia petici ed avremmo potuto imparare da loro molte buone cose nel campo della concordia e dell'ordine.

Quest'ignavia asiatica che noi dimostriamo quando non si tratta di un individuo singolo, è la fonte del nostro criminoso atteggiamento verso il nostroavvenire; è questa ignavia che ci ha cullato nel passato colla speranza messia nica e che ora, per iscusare sé stessa, ha inventato la stolta teoria che non siamo nazione ma soltanto setta religiosa senza avvenire alcuno, e quindi che possiamo dedicarci senzaaltra preoccupazione ai nostri interessi privati e vivercene tranquilli e inerti quando si tratta di tutto Israele. Ma la salvezzad'Israele non verrà dall'inerzia. E la salvezza è indispensabile, perché senza di essa la vita torna ad essere una penad'inferno!...

Una gran parte della massa ebraica e i nostri migliori illuminati non si trovano d'accordo riguardo al luogo dapre ferire per il nostro popolo oppresso: Erez Israel o l'America? Gli uni discutono intorno ai vantaggi che presenta l'uno ol'al tro paese, gli altri lasciano la questione insoluta. A questi ultimi appartiene pure l'autore dell'« Autoemancipazione »,ma per me è evidente che in America non otteremo nulla.

Poiché, ammesso pure che riusciamo ad ottenere un dato Stato del Nord America, esso non porterà mai il nomed'Israel, ma sarà una parte degli Stati Uniti d'America, e nemmeno allora il mondo saprà che esiste neppur l'ombradi uno Stato Ebraico, non esistendo nel Nord America Stati nazionali. Gli Ebrei vivranno, come gli altri popoli e più di essi,in grandi masse anche in altri paesi. Quale sarà dunque la loro sorte? Gli Ebrei sonoconsiderati da per tutto non alla stregua degli altri popoli stranieri, giacché essi non sono, comegiustamente osserva l'autore di « Autoemancipazione », degli ospiti che possano ripagare nei loro paesi la « cattiva »ospitalità che han ricevuto, ma sono dei miserabili pezzenti da cui non si può attenderené buona né cattiva ricompensa; secondo, quale sarà la sorte dello Stato Ebraico se dopo qualchediecina d'anni gli Yankees riterranno utile occupare le terre di quella regione come fanno ora i tedeschi nella provinciadi Posen? Allora gli Ebrei rimarranno nel loro Stato d'America
privi in pratica di suolo, senza alcuno storico diritto su di esso e si spargeranno ancora una volta in tutti gli Stati d'Americaper ragioni di commercio, e il problema degli Ebrei rimarrà quello che è oggi.

Tutti questi dubbi non esistono per Erez Israel. Se è vero quanto si dice che gli Arabi ammettono che non siaancora scaduto il diritto d'Israel al paese dei suoi avi, questa è l'arra migliore per il nostro avvenire. Frattanto la soluzione che si ha da dare al problema del luogo di rifugio per Israeleè molto importante, poiché mentre l'acquisto di una provincia d'America esige che sia fatto tutto in una volta e con enormi
capitali, sicché diventa un affare pressoché impossibile, Erez Israel può invece trasformarsi piano piano in ulna lunga retedi colonie, di villaggi e di città ebraiche (2).


VI.


Ripopolare Erez Israel èl'unico rimedio che ci rimanga, se non vogliamo scomparire. Tutti gli uomini onesti d'Europa cimanifesteranno per questo la loro simpatia.

Non sarebbe né un sogno né una fantasia ,se noi stessi lo volessimo. I padri nostri ci hanno trasmesso ineredità tre specie di farmachi, che più o meno ci han servito in tutte le nostre sventure: la preghiera, lacarità e la penitenza.
Se le nostre personalità ragguardevoli che abbiamo in Eur opa procureranno di ottenere a favore di questa causa, per noi santa,l'aiuto dei grandi della terra, se gli otto milioni di Ebrei, coi loro ricconi, raccoglieranno tanto per cominciare circa dieci milioni di rubli, (somma che nonè tanto difficile ottenere da un tal numero di persone) quale prezzo per «l'ingresso » in Erez Israel, vale a dire per comprare dal governo turco vaste estensioni destinate a
colonizzarvi gli Ebrei; se vorremo lottare contro gli ostacoli chenon possono mancare all'inizio di ogni impresa ; in una parola se vorremo offrire sull'altare della nostra santa operaquei sacrifici che non sono nulla in confronto all'idea stessa, allora l'avveniredel nostro popolo sarà assicurato... Se l'impresa non riuscirà ora, riuscirà fra dieci, tra venti anni. Nonabbiamo bisogno di una libera posizione politica, ma nazional-economica, quale posseggono tutti i popoli, anche quelli chenon hanno importanza politica....

Noi dobbiamo agire apertamente, lecitamente. Inostri fratelli d'occidente possono farlo volentieri; noi dobbiamo procurare di ottenere il permesso di fondare una «Società per la colonizzazione della Palestina e della Siria ».
Bisogna pensare che non ce lo negheranmo, giacché nessuno è contrario che siadiminuito il numero dei poveri ebrei di Russia. Dalla circolare del Ministro dell'Interno(pubblicata nel « Rasswiet » N. 28 del 5642 (1882) resulta chiaro che la legge la quale vieta l'uscita dalla Russia non vaesente dalla nota osservazione « all'infuori degli Ebrei », e se noi organizzeremo l'esodo in modo che coloro chepartono non abbian bisogno di tornare in Russia più poveri di prima, allora non ci sarà negato il permesso di emigraredal paese.

Dobbiamo tentare mediante un'azione aperta; e se le nostre pratiche non verranno accolte ora, ciò chenon è presumibile, bisognerà ripeterle appena giunga il momento opportuno. L'importante è che noistessi,  Ebrei di tutto il mondo, siamo assolutamente convinti della necessità diquest'opera santa, che la mettiamo in pratica ed allora il successo è sicuro. Di danaro non ci sarà penuria. Ho giàdetto che un popolo di otto milioni può raccogliere, tanto per incominciare, 10 milioni di rubli; si può inoltreproporre la raccolta del soldo, cioè che chiunque desideri aiutare l'idea nazionale, offra un soldo la settimana, daraccogliersi fino a una certa data in bossoli speciali, in casa di ciascuno degli oblatori, a profitto della colonizzazione di ErezIsrael, ciò che ammonterà a migliaia di rubli all'anno; si può
prelevare una data quota dalle offerte a sefer, dalle tasse per nozze e funerali dei ricchi e simili; si può organizzare unalotteria ebraica, senza parlare di società per azioni e altre cose del genere. In una parola si può, oin questa o in altra maniera, raccogliere, col permesso del Governo, un capitale per l'acquisto dal governo turco di vaste estensioni diterreno in Palestina, cosa indispensabile per molte ragioni.
Primo, sarà così posto fine alla prepotenza dei governatori di Giaffa che qualche volta, quando gli capita l'estro,impediscono agli Ebrei di sbarcare. Secondo, sarà con ciò tolta ai singoli privati, specie Greci, la possibilità di acquistarterreni per rivenderli poi agli Ebrei con forte lucro. Terzo, sarà reso possibile a molti dei nostri di acquistare piccoleproprietà terriere, ciò che non si può adesso, poiché il ricco arabo, anche se volesse vendere la sua terra, non lacederebbe a piccoli appezzamenti ma tutta quanta come sta, e ciò richiede forti somme che il privato desideroso diacquisti non possiede, mentre l'arabo povero non può in nessun modo vendere il suo pezzo di terra senza il permesso di altricontadini, in virtù della legge sulla proprietà pubblica...  I capitali spesi per l'acquisto di vasti terreni sarannorimborsati dai privati che compreranno piccole proprietà e dai versamenti dei coloni, di modo che sarà possibile acquistarealtre vaste possessioni, costruire strade, migliorare il sistema d'irrigazione, piantar boschi, ecc. Dopo avere in questomodo fondato un trecento buone colonie con le loro strade, ecc., allora il paese deserto sarà ricostruito ed i nostri futuricolonizzatori troveran da sé la possibilità, in una maniera o nell'altra, di trarre i mezzi di vita nella fertile terra degliavi, ricca di tutte le piante e 'ponte di tré continenti.

Se queste proposte non sono giuste, nulla impedisce che altri fornisca migliori consigli, che conducano alloscopo di ripopolare Erez Israel. Di programmi di lavoro non ci sarà penuria. Noi dobbiamo iniziarel'opera, creare il principio. La vita e l'esperienza ci indicheranno poi come comportarci. Comunque non si tratta di un lavoroné di un anno né di una generazione. Ma noi possiamo esser certi che quanto più aumenterà il nostro lavoro, tanto piùaumenteranno le nostre forze...

Al lavoro! Gettate le basi della vita nazionale, naturale e normale per Israele oppresso sempre e dappertutto, manon esausto per le sue sofferenze. Restituitegli la sua Casa... Non badate alle aspirazioni assimilatrici dei nostri notabilidi Parigi, di Berlino, di Pietroburgo e dei nostri illuminati che tengono loro bordone; non aspettate che essi comincino lasanta impresa. La salvezza d'Israele non venne da Gerusalemme quando Antioco la condannò a morte, ma dal villaggioasmoneo di Modijn. I ricchi ellenizzati della capitale, insieme coi superbi sadducei, si piegarono vergognosamentealla prepotenza dei carnefici greci; ma i figli fedeli al loro popolo, i sacerdoti asmonei, seppero con incredibileabnegazione salvare Israele e, solo dopo, Gerusalemme si unì a loro. Ma la gloria rimase per sempre ai pionieri della libertàd'Israele.

Non abbiamo che tre vie:

1) Rimanere nelle condizioni attuali, essere gli eterni oppressi, essere degli impotenti, degli zingari, esposti ad ognispecie di persecuzioni e mai sicuri che non sopravvenga un grande massacro.

2) Fonderci coi popoli in mezzo ai quali viviamo, non solo in parte, ma completamente: abbandonare il Giudaismo,convenirci alle loro religioni ed essere una gente vile e abbietta per molto tempo finché i nostri lontani discendenti,che non porteranno più nessun segno dell'origine ebraica, siano assorbiti completamente fra i popoli ariani.

3) Cominciare la nostra opera per il risorgimento d'Israele sulla terra degli avi, dove i nostri prossimidiscendenti otterranno di poter vivere una vita normale e nazionale nel pieno senso della parola.

Scegliete!

Shevat 5643 - Gennaio 1884.

 

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Note

(1) WilhelmMarr, figlio d'un attore ebreo, passava al cristianesimo ed apparteneva poi alla schiera dei giornalisti radicali, da cui fu in seguito espulsoper azioni disonorevoli. Scrisse: « Der Sieg des Judentums uber das Germanentum »e fondò nel 1879 la «Lega Antisemita», che avrebbe dovuto avere per iscopo di «salvare la patria tedesca dalla completa giudaizzazione ». (Nota deltradut.)

(2) Tutto ciò fu da me propostoverbalmente all'autore dell' "Autoemancipazione". Egli mirispondeva:    "Anch'io do la la prevalenza ad Erez Israel,ma non credo di avere diritto di risolvere da me una questione di tantaimportanza, che deve essere decisa da un congresso israelitico" Però iopenso che la questione non abbia ragion d'essere. La storia non dà che una volta, unaterra ad un popolo,  e noi non abbiamo facoltà di decidere secondo ilnostro parere su cosa che ci è stata data due volte, l'una al tempo di Giosuè el' altra al t empo di Ciro. È vero che la storia ci ha strappato alla terra degli avi, ma
non ci ha dato più un'altra patria e non ci rimane quindi che la vecchia. Esistono indubbiamente sul globo terracqueo paesi migliori di Erez Israel, manessuno cambia i genitori con altri migliori. L'era della trasmigrazione deipopoli è passata, allorchè intere popolazioni andavano in cerca di nuove terre, 
e noi dobbiamo contentarci di quella che la storia ci ha dato. Anche l' affettodel popolo, anche le memorie nazionali, anche la culla della religione hanno la loro grande importanza in una questione nazionale comeè questa.

(Moshè L.Lilienblum, Del Risorgimento di Israele nella terra degli avi,Shevat 5643 – Gennaio 1884)