RABBI JEHUDAH ALKALAY - L'ANNO 1840
Dall'articolo: " Kibbuz galujoth "
RABBI JEHUDAH ALKALAY (1798-1878) nacque a Sarajevo in Bo'nia e fu dal 1825 Rabbino della comunità sefardita di Semlinofinché si trasferì in Erez Israel. I fatti di Damasco (1840), che richiamarono l'attenzione del mondo ebraico sulla condizione in cuisi trovavano gli ebrei del levante, e le lotte dei Serbi per la loro indipendenza, loispirarono a ricercare la soluzione del problemaebraico nel ritorno d'Israele alla sua terra. Così nasce il suo prima appello "Minhath Jehudah " (5603-1843) in cui egli espone perla prima volta la sua dottrina nazionale-sionistica. E poiché il suo appello non ebbe altra ecoche di critiche, Alkalay si mise in giro per le capitali d'Europa spingendosifino all'Inghilterra, nella quale riponeva le sue massime speranze, e nel 1852fondava a Londra la società " Shelom Jerushalajm " per lacolonizzazione della Palestina. Ma né la sua propaganda scritta e verbale né le adesioni che qualcuno dei grandi spiriti ebrei del tempo dette ai suoiappelli ed ai suoi opuscoli ebbero effetti pratici. La sua idea di una <societàche sovrintendesse agli affari pubblici ebraici>, cioè d' una organizzazionemondiale che rappresentasse tutto Israele, gli parve si fosse concretata, nel1860, colla fondazione dell'Alliance Israélite Universelle e di altreconsimili; per cui egli accarezzò la speranza che esse si fondessero insiemeallo scopo comune di provvedere alla " colonizzazione di Erez Israel".
" Non ai può raggiungere - scriveva - una salvezza completa se non collasalvezza generale; da questa verrà pure la salvezza degli individui singoli;né si avrà salvezza completa che nella terra che fu retaggio degli avi ".Non gli sembrava quindi sufficiente la creazione della Scuola Agricola di Mikv'eh-Israelda parte dell'Alliance, per quanto fosse lodevole ed utile; ma era necessariaun'azione più energica e più ampia, cioè l'acquisto di terreni per dar lavoroai milioni di Ebrei della Polonia, della Persia, del Jemen, del Marocco, chedesideravano immigrare in Palestina e che potevano diventare buoni contadini.
Nel 1871 Rabbi Alkalay sbarcava a Giaffa e di là si recava a Gerusalemme, doveriusciva a fondare, coll'appoggio di ashkenaziti e di sefarditi, unasocietà " Kol Israel haverim " per la colonizzazione di Erez Israel.Ma anche questo tentativo fu vano e non servì che a scatenare contro l'audaceiniziatore le ire delle sfere ortodosse dell'ebraismo palestinese. Tornato aSemlino, Rabbi Alkalay riprese ad agitare la sua idea, ma invano; ed invano v'insistèdopo essersi definitivamente stabilito in Palestina (1874) fino al suo ultimogiorno.
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L'anno 1840 avrebbe potuto essere l'anno di grazia del Signore, se i capi d'Israele si fossero trovati d'accordo alloranell'opera di riscatto della terra degli avi. C'era stato allora un certo risveglio da parte di molti dei nostri, con Sir MosesMontefiore a capo. Era sorta l'idea di ripopolare Erez Israel, di far tornare gli Ebrei al lavoro dei campi, di costruireopifici per dar lavoro e pane ai poveri che vi immigravano dalla Diaspora. Ma questa idea trovò opposizione da parte diRabbini, di capi di Comunità e di Ebrei influenti, i quali riuscirono ad impedirne l'attuazione. Io non so quali fossero leragioni e gli argomenti della loro opposizione, ne voglio - Dio guardi - pensar male di loro, trattandosi dipersone note per la loro dottrina, la quale ha origine e base prima nel timor di Dio.
Però è da deplorare che non abbiano pensato che forse ci era in tutto questo il dito di Dio. Se vi avessero riflettutocon maggior ponderazione, non sarebbe derivato tanto danno dalla loro azione: non sisarebbe impedito l'inizio delripopolamento di Erez Israel che è la prima fase della redenzione.
È stata quindi un'infausta giornata quella per il popolo d'Israele, infausta come quella in cui fu incendiato ilTempio, tanto che meriterebbe si proclamasse un altro digiuno da aggiungere al digiuno di Ab.
Infatti da quel giorno i nostri fratelli han perduto ogni speranza di redenzione, han cominciato a cercare ogni mezzoper stabilirsi definitivamente nei paesi in cui si trovano, e qualcuno ha inventato contro i capi del popolo leggendediffamatorie. Han detto che la nostra redenzione consiste nell'ottenere la libertà e i diritti civili nelle terre in cui citroviamo ; han detto che la Palestina non ha alcuna santità, alcuna superiorità, alcun pregio speciale che la distingua daglialtri, popoli o razze. E quindi han cominciato ad imitare gli altri e ad assimilarsi a loro.
Io, spinto da fraterno amore e da affetto per Erez Israel, ho alzato umilmente la mia vocecoll'articolo "Ritorno a Sion", invitando i Capi delle Comunità a rendere omaggioal Signore col sostenere l'opera sua. Ed ecco che mi capita d'un tratto sotto gli occhi un numero di" Ha-Magghid " in cui ho letto l'articolo " Il congresso rabbinico a Kassel " emi son sentito come venir meno. Speravo nella concordia e non ve l'ho trovata,speravo nello spirito di carità e non ho constatato che grida di discordia. Nelle lunghe età della nostradispersione abbiamo sofferto dolori senza fine, sventure, espulsioni, massacri, patimenti mortali; abbiamo sopportato per1800 anni le pene dell'esilio accarezzando la speranza che Iddio non ci avrebbe abbandonato per sempre; ed ora che ilPadre rostro misericordioso manda un raggio di luce sul mondo e sugli uomini, i Rabbini e le Comunità, anzichéradunarsi per spianare la via del Signore, per aprire nel deserto un sentiero all'Iddionostro, i Rabbini si raccolgono per ispegnere il lume d'Israele, per far atto di scisma dallacollettività ebraica. È una cosa veramente desolante! Si sono costruiti nuovi Templisecondo l'uso delle genti, vi si sono introdotti i loro costumi, i loro vestiti, le loro musiche, e siè cominciato a metter mano al testo delle orazioni. Nel 1844 si teneva il Congresso Rabbinico nella città diBraunschweig, e si decideva di togliere dal testo delle preghiere il ricordo di Gerusalemme e della Monarchia Davidica e l'idea delritorno in Erez Israel del popolo disperso nel mondo, che sarebbero tutte vane invocazioni. Tutto quanto si disse allorain quel congresso, si è ripetuto ora al Congresso rabbinico a Kassel.
I vecchi d'Israele han protestato contro queste innovazioni e contro i loro promotori,prevedendone le dolorose conseguenze, ma tutte le loro proteste non hanno giovato a nulla.Gli effetti non possono essere evitati se non si elimina la causa; e la disgrazia stanell' aver perduto la speranza della redenzione. Per cui non c'è altro rimedio che nel tentare di costituireuna associazione che raccolga vecchi e nuovi elementi ed abbia il compito di sovrintendere e di provvedere alla cosapubblica ebraica.
(Dall'articolo: " Kibbuz galujoth " in " Ha-Levanon " anno V, N. 48, 2 tevet 5629-1869, p. 754-755).
Lo spirito dell'epoca
Lo spirito dell'epoca non ha nulla a che fare colla fede e coi riti dellareligione; il tempo non si preoccupa delle differenze di religione e dinazionalità. Lo spirito dell'epoca chiede libertà a favore del popolo; esso haproclamato la libertà per tutti, libertà di residenza, libertà diemigrazione: quindi esso invita anche noi a uscire dalla nostra prigione. Lospirito dell'epoca chiede a tutti gli Stati di ricostruire su più solide basi la loro terra, di far risorgere la loro lingua. Esso chiede anche a noi diricostruire la sede della nostra vita, di rinnovare e risuscitare la nostralingua sacra.
(Dall'art. " Nehamath ha - arez " in " Ha - mevasser " annoVI, N. 14, Nissan 5626-1867, p. 107-108).