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EBREI TEATRANTI DEL GHETTO (2016-08-16)

EBREI TEATRANTI DEL GHETTO

Data: 2016-08-16
Autore: Valentina Sereni e Delfina Piu Gherush92

Al Sindaco di Venezia
Al Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti
Al Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Venezia
Al Presidente della Comunità Ebraica di Venezia
Al Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Ebrei teatranti del ghetto

Non si era mai visto! I festeggiamenti del Cinquecentenario del 1° giorno di segregazione degli ebrei nel ghetto di Venezia, saranno senz’altro un progetto redditizio di quattrini, popolarità e prestigio, un richiamo internazionale per la partecipazione di un élite intellettuale di studiosi, artisti ed accademici da tutto il mondo, evidentemente sfaccendati. Ma l’istituzione del ghetto fu e resta un’infamia e la celebrazione della sua fondazione, rimarrà, a futura memoria, un’operazione ambigua ed indegna; così come il Mercante di Venezia fu e resta un’orrenda opera antisemita, e la sua recente rappresentazione nel cuore del ghetto rimarrà, nel ricordo, un’iniziativa pseudo-intellettuale di pessimo gusto, culturalmente e politicamente sbagliata e, organizzata insieme ad irresponsabili autorità ebraiche, vieppiù pericolosa.

Ciò chiarito, vediamo cosa hanno messo in piedi, in questi tempi postmodern, dove tutto è possibile: persino celebrare, la comunità Ebraica di Venezia, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, insieme al mondo accademico ed istituzionale veneziano, i cinquecento anni dalla fondazione del 1° giorno di segregazione degli ebrei nel ghetto, che ha tenuto reclusi e sottomessi gli ebrei per secoli; persino commemorare, nella medesima occorrenza, i quattrocento anni dalla morte di Shakespeare, autore del Mercante di Venezia, una pietra miliare della letteratura antisemita. Se non bastasse, persino mettere in scena, come evento clou destinato ad un pubblico volgarmente compiacente, ignorante e radical chic, nel cuore del ghetto che ha visto generazioni di ebrei reclusi, quella stessa opera teatrale che, per eccellenza, li rappresenta con i falsi vizi preconcetti che furono la ragione della loro emarginazione.

Con un’operazione elitaria esclusivamente mediatica, molto opportunista e mistificatoria, gli organizzatori del programma, hanno inteso, in un paradossale intrattenimento a dir poco azzardato, riscattare gli ebrei riabilitando ciò che li ha oppressi e segregati per secoli, ovvero, il ghetto, che fisicamente li ha rinchiusi, insieme a Shylock che culturalmente li ha ingabbiati ed incarcerati fino ad oggi. Hanno voluto, sciocchi ed arroganti, accattivarsi la simpatia del mondo appropriandosi di un’opera di propaganda, condividendo, edulcorando persino certificando il razzismo di cui è pregna, con l’idea bislacca di fondersi con il nemico antisemita per ridurlo alla bontà. Quasi a voler dimostrare che gli antisemiti cristiani, nazisti, fascisti di tutti i tempi, furono vittima di un abbaglio clamoroso …!

Che spettacolo sublime, che accoppiata mediatica fenomenale celebrare insieme il Mercante e il ghetto, ma che errore madornale e che schifezza! In questa farsa intellettuale, in questa buffonata, in questo gioco ambiguo delle parti, secondo uno stile artistico lontanissimo dalla spregiudicata chiarezza antisemita dell’infame Serenissima che ha istituito il ghetto e di Shakespeare che lo ha poetato, in questa disincantata e poliedrica rilettura di una storia plurisecolare che trasuda razzismo contro la diversità, nel rovesciamento e nel frammentarsi disordinato di ruoli e responsabilità, in una sorta di estetica della citazione e del riuso, ironico e spregiudicato, del repertorio di forme del passato, resta in noi un senso profondo di nausea, di sdegno e di rabbia.

Ribaltata ogni veritiera prospettiva, abolita ogni certezza, in pompa magna e battendo la gran cassa sotto i riflettori dei media, autorità ebraiche e non celebrano l’inizio della segregazione degli ebrei nel ghetto invece della sua abolizione, riplasmano l’umanità di Shylock per riabilitare lo stereotipo antisemita più famoso al mondo invece di demolirlo, intraprendono il processo a Shylock invece di mettere sotto accusa la Serenissima e il cristianesimo. Di questo passo, prima o poi, qualcuno celebrerà la fondazione del Campo di Sterminio di Auschwitz, magari inscenando in quei funesti luoghi, la storia antisemita di Süss l'ebreo ... .

La Serenissima e l’infamia del ghetto
Non si può parlare di ghetti, crociate, pogrom o di Shoah senza chiamare in causa il vero responsabile dell’antisemitismo, il cristianesimo; non si può parlare di Shylock senza mettere sotto accusa l’intera opera e il suo autore. E la Repubblica di Venezia, con la celebrazione della fondazione del ghetto e con l’ambigua rappresentazione del Mercante, non fa che contribuire, oggi come in passato, alla distruzione degli ebrei. La vera novità, in questi tempi da avanspettacolo, è la partecipazione diretta delle comunità ebraiche e di ebrei superstar in corsa per la celebrità.

Nella tragedia in cinque atti di Shakespeare, scritta tra il 1594 e il 1596, puntuale e scrupolosa rappresentazione dell’intolleranza cristiana contro gli ebrei e contro i neri (cfr. il dialogo fra Marocco e Porzia) non vi è riportata la notizia che già prima del XVI secolo gli ebrei vivono in condizioni di grande precarietà, sono costretti con la forza più volte ad abbandonare le città, sono soggetti a gravi limitazioni nell’esercizio delle pratiche tradizionali e sono obbligati a portare il segno distintivo. Nell’opera non si narra di quel 1516 quando il governo della Repubblica stabilisce il ghetto di Venezia (emulo di precedenti esperienze in Spagna, es. Toledo 1480), né del Santo Tribunale dell'Inquisizione che pronuncia le sentenze di condanna o di assoluzione contro coloro che venivano accusati di "giudeizzare". Non si racconta che, in piena Inquisizione, Venezia partecipa con la sua politica, le sue leggi, le sue opere d’arte al progetto di distruzione degli ebrei e della diversità e alla realizzazione del loro destino infausto. Non ce lo racconta Shakespeare, ma la città stessa conserva nelle pietre, nei muri, nei tracciati e negli archivi le orme indelebili di quei tristi avvenimenti.

Venezia non fu il primo e il più antico ghetto del mondo come si sbandiera oggi, visto che esperienze simili di segregazione gli ebrei avevano subito nella cattolicissima Spagna, e l’istituzione del ghetto da parte della Serenissima fu e resta un atto sciagurato di segregazione, una maledetta prigionia, una plurisecolare reclusione, da non esaltare né esibire al pubblico.

Noi rigettiamo fermamente l’idea, invalsa a seguito delle recenti celebrazioni, che il ghetto di Venezia, e il suo Mercante, siano stati catalizzatori di cultura ebraica e abbiano contribuito al dialogo tra civiltà, come afferma Shaul Bassi dell’Università di Ca’Foscari fra gli organizzatori dell’evento; noi respingiamo con forza l’idea che il cosmopolitismo veneziano si affianca ai 500 anni di ghetto ebraico che, facendo parte integrante della città, ne ha condizionato lo stesso cosmopolitismo, come sostiene Donatella Calabi, curatrice della mostra “Venezia, gli ebrei e l’Europa. 1516-2016“ dove esalta come bellissimo il bruttissimo dipinto antisemita “Ebbrezza di Noè” di Giovanni Bellini (da lei reintitolato “Derisione di Noè”); noi ricacciamo definitivamente l’idea che il ghetto abbia permesso di stare insieme agli ebrei; noi confutiamo risolutamente ciò che qualcuno narra, quasi da esaltato, addirittura di fasti e di splendori di un eccezionale passato di chi fu segregato poiché un uccello in gabbia non canta per amor, canta per rabbia.

Chissà cosa penserebbe il popolo minuto confinato nel ghetto ascoltando queste ostentate e romantiche esaltazioni di un mondo ricco e magnificente a lui tanto lontano quanto ignoto; chissà cosa pensano altri popoli ed entità, come gli indiani d’America o i rom oppure Giordano Bruno, vittime in quegli anni delle stesse persecuzioni da parte dell’Inquisizione, che dignitosamente mai celebrerebbero la loro prima segregazione, assistendo a queste fantasmagoriche esibizioni … .

La celebrazione della fondazione del ghetto, in conclusione, che suona a noi come un ossimoro, un controsenso, resta un’operazione d’élite falsificata, volutamente esibizionista, paradossale ed intrinsecamente scorretta che non può che dare un esito desolante e sconveniente. E con questa sceneggiata in corso, che esclude il popolo minuto, il mandato mistificatorio di tutta l’operazione, svendere il ghetto in cambio di un po’ di celebrità e di quattrini, può dirsi compiuto. Con il messaggio propagandato del ghetto che produce scambi e cultura, suggellato dalle parole del rabbino capo di Venezia Scialom Bahbout “Venezia dovrebbe ricevere il premio Nobel per la pace perché è sempre stata il punto di incontro tra culture diverse”, l’infausta verità della segregazione - che fu è resta un crimine contro l’umanità da parte della Repubblica veneziana - finalmente, è ribaltata.

Dato il la al programma di falsificazione, infiocchettato con cena di gala e cotillon, la buffonata continua alla ricerca di un’autentica atmosfera, con bassi colpi di mano, ora con offerte turistiche di spettacolini di scarso profilo; ora con cerimonie riservate come quella in programma al Bookstore Rizzoli di New York per la presentazione del mediocre volume “Venezia gli Ebrei e l’Europa” organizzata dal Primo Levi Center (per come lo conosciamo dubitiamo che Primo Levi sarebbe soddisfatto di partecipare a questa decadente operazione); ora con annunci indecenti, come quello della casa di produzione Metafilm che, in occasione del cinquecentenario, sta cercando a Vienna persone italiane disponibili a partecipare, come comparse e figuranti, alla realizzazione di un documentario in costume che ricrei nel castello Neugebäude in Austria, sotto la guida del regista Klaus Steidl, l’atmosfera di gesti e voci dell’autentico ghetto di Venezia …!

Il Mercante un’opera antisemita
Opera di propaganda e di regime, come l’Ebbrezza di Noè di Bellini, la Cappella Sistina di Michelangelo o la Divina Commedia, Il Mercante contribuiva, e contribuisce ancora oggi, a diffondere pregiudizi antisemiti e, fra le tante opere d’arte dei secoli dell’Inquisizione, allo sterminio e all’assimilazione del popolo ebraico. Non basta che un’opera sia scritta da Shakespeare o sia interpretata dentro il ghetto da attori di fama internazionale per essere immune da antisemitismo; non basta esaltare Shylock, celebrando qualità che non possiede e affidare l’organizzazione dell’opera agli ebrei, per esorcizzare e scongiurare l’antisemitismo.

L’arte è il più raffinato e subdolo strumento di comunicazione, il più potente veicolo di diffusione e il mezzo più suadente per l’incitamento all’odio razziale: belle immagini, splendide forme e versi accattivanti si fanno veicolo di messaggi intolleranti e antisemiti. E, proprio nell’arte, l’antisemitismo cristiano è vivo e continua a fare scuola. Ma l’arte non è metastorica né esprime di per sé valori assoluti o universali e gli ebrei, perseguitati nel ghetto dalle leggi speciali, non potevano allora e non dovrebbero oggi apprezzare l’arte antisemita del Mercante o l’arte antisemita dell’Inquisizione che celebrava il loro sterminio. Non è l’arte ad essere universale; sono i pregiudizi contro gli ebrei ad essere universali, reiterati per secoli prima e dopo Shakespeare, e validi ancora. Sono le opere d’arte come Il Mercante, che, prendendo spunto dal Vangelo, porteranno alla pubblicazione dei Protocolli di Savi Anziani di Sion, e, poco più tardi, di Mein Kampf.

Ma tutto è lecito oggi, addirittura ingenuamente frantumare nelle strade del ghetto il personaggio di Shylock, come in una galleria di specchi, un unicum della letteratura, in attori ed interpretazioni diverse ed immaginare di riappropriarsi, con disinvoltura e senza timore, dello stereotipo che ha pesato come un macigno sulla storia della comunità ebraica; addirittura sognare una tanto insulsa quanto impossibile riabilitazione collettiva restituendo a Shylock, a quel mostro costruito ad arte, a quell’accozzaglia disgustosa di pregiudizi antiebraici che include la condizione disperata di chi è segregato e che suscita pornografia emotiva in chi continua a segregarlo, a quella caricatura divenuta cardine nella storia dell’antisemitismo, un’inesistente profonda umanità e un’illusoria complessità; persino rivalutare, nella scenografia insieme reale e surreale del vecchio ghetto veneziano, con un gioco di luci ed ombre, di suoni e profumi posticci che vorrebbero ammaliare il pubblico magari comprato alla bisogna per fare la claque, il carattere stereotipato dell’ebreo che la poliedricità degli attori che mettono in scena Shylock rappresenta in ogni più scontato e squallido aspetto della sua malvagia maschera: l’arroganza del tirchio e cattivo usuraio (l’estrema crudeltà dell’ebreo, come recita la locandina originale esposta ben in vista), la vulnerabilità di pietoso padre, i propositi di vendetta con la richiesta di sangue e di denaro, il cliché dell’intransigenza ed, infine, l’implacabile ovvia sconfitta.

In modo a dir poco ingannevole, si mescola la realtà con la finzione, le vittime con i persecutori, si fa gioco persino dello scandire il ridicolo “In piedi, entra la corte!” per simulare, davanti al pubblico allegro e incuriosito, veri avvocati e veri giudici di fama internazionale, con tanto di giuria presieduta da Ruth Bader Ginsburg della Corte suprema degli Stati Uniti, probabilmente in ferie, il processo posticcio di Shylock contro la Repubblica di Venezia. In questa arrogante e vergognosa esibizione, tutto si annebbia e si confonde e, pur di riabilitare uno Shylock che altro non è che un burattino artificiale frutto di una perversione antisemita, s’inventa un immaginifico verdetto, con l’assurdo scopo di cancellare l’antisemitismo esorcizzando la sua malefica maschera che non fa che continuare ad istigare gli animi al razzismo.

E come si diverte il pubblico in questo “gioco incendiario” - voluto dalla regista americana Karin Coonrod, con la sua Compagnia de' Colombari - nel vedere gli stessi ebrei, che numerosi compaiono fra gli organizzatori dello spettacolo, fra gli attori, gli intellettuali, gli avvocati difensori, i giudici nel processo simulato, i giornalisti, misurarsi con l’abc dell’antisemitismo e giocare, nello stesso istante, il ruolo della vittima, dello stereotipo antisemita, del giudice, dell’intenditore di Shylock, dello studioso anglista appassionato di Shakespeare.

Studi e interpretazioni, come questa recente, che riabilitano le opere d’arte antisemite, che vorrebbero Il Mercante un’opera filo semita, o non esplicitamente antisemita, non ci hanno convinto. Non hanno convinto noi e non è noi che devono convincere e a cui devono rispondere, ma alle numerose produzioni de Il Mercante che furono prodotte dai nazisti (solo in Austria 50 versioni nel 1939), alla famosa rappresentazione del 1934 che ebbe luogo in Campo San Trovaso a Venezia con Memo Benassi nella parte di Shylock, alla stessa rappresentazione ripetuta nel 1936, in pieno nazifascismo, appena due anni prima della promulgazione delle leggi razziali, al fatto che fin dalla sua prima produzione Shylock ha rappresentato il reale e vero atteggiamento e il pensiero degli europei cristiani verso gli ebrei.

Le eventuali e presunte contraddizioni e gli impliciti o espliciti doppi sensi che si potrebbero cogliere nel testo, che potrebbero significare il desiderio da parte dell’autore di dipingere la situazione reale e drammatica degli ebrei di allora così com’è, sono briciole accademiche e inconsistenti: un giochino dialettico nel mare dell’oppressione. Non furono raccolte dai cristiani, non furono evidenziate dai nazisti, non furono sottolineate dai fascisti. Queste interpretazioni filosemite non sono vere neanche oggi al punto che l’operazione anti-usura condotta in Puglia dalle Forze dell’Ordine e dalla Magistratura è denominata “Operazione Shylock”! Attenzione però: queste briciole intellettuali, le esaltazioni psicologiche dei personaggi o le ricostruzioni giuridiche posticce, proclamate come vere o verosimili da smaliziati e spregiudicati “teatranti del ghetto”, portano con sé rischi e pericoli dell’ambiguità.

L’arte di Shakespeare non ha aiutato, allora o più tardi, il destino degli ebrei. La lettura “superficiale” o “qualunquista” o se vogliamo più popolare dell’opera è l’unica vicina all’antisemitismo del cristianesimo e dell’inquisizione, dunque alla realtà. Questa lettura va conservata anzi salvaguardata, senza manipolazioni, senza aggiunte, affinché possa essere compresa e criticata.

Se non siamo noi a fare la verità, neanche interpretazioni e ricerche di personalità accorse al rendez-vous veneziano fanno la verità. La verità, in quei tempi, è la realtà oggettiva dell’Inquisizione che fa vera la malvagità di Shylock e degli ebrei, sono i passi del Vangelo che fanno della ricchezza degli ebrei e del loro attaccamento al denaro una realtà inconfutabile, sono le leggi cristiane che fanno giusta e veritiera la necessità della segregazione degli ebrei nel ghetto e sono le stesse leggi cristiane che perseguitano senza sosta gli ebrei per i loro sacrifici umani che fanno la realtà, sono le leggi razziali che fanno reale l’esistenza di un complotto giudaico per la conquista del mondo, è la Shoah che rende definitiva la necessità della soluzione finale.

Shylock deve convertirsi, questo è il messaggio incontrovertibile dell’opera e questa è l’azione distruttiva del cristianesimo: l’evangelizzazione forzata. Shylock non è un eroe del ghetto, per salvare la pelle deve diventare cristiano. Ridurre la sua conversione ad un’investigazione artistica, o intellettuale, ad una molto nascosta riflessione da parte dell’autore, oppure ad un gioco nelle mani di registi e attori spregiudicati e di giudici posticci che speculano nella corte di un finto tribunale, è un’operazione inconsistente: la conversione, forzata o no che sia, è verità e giustizia nella mentalità comune e nelle leggi del cristianesimo. E questo è ciò su cui deve riflettere lo spettatore moderno.

Sul noto monologo di Shylock, qui recitato dal famoso attore Murray Abraham e che di proposito omettiamo, fulcro non da oggi delle più assurde elucubrazioni accademiche ed intellettuali, il giudizio è e deve essere irremovibile. Mai un ebreo, libero di parlare si esprimerebbe come in quel monologo e se Shylock fosse libero di esprimersi non esalterebbe la ovvia e banale uguaglianza fisica fra gli uomini, né celebrerebbe l’uniformità dei popoli, ma la loro diversità culturale e spirituale, causa delle persecuzioni; libero, parlerebbe come ha fatto l’eroe Moshe ben Nachman Girondi davanti all’Inquisitore Pablo Christiani, esaltando l’irriducibile e inconciliabile diversità dell’ebraismo dal cristianesimo. Proprio questo monologo di Shylock esprime l’antisemitismo di Shakespeare che di fatto assimila l’ebreo e lo prepara alla conversione, cioè alla sua soluzione finale. Proprio da questo monologo si comprende, definitivamente, che Shylock, proprio perché stereotipo antisemita, non è e non può essere ebreo.

Ci interessa invece riportare il passo di Shylock: “… Venite insieme con me da un notaio, e avanti a lui firmatemi, voi solo, un impegno formale, con la clausola (ma soltanto così, per uno scherzo) che qualora in tal giorno ed in tal luogo non mi doveste rendere la somma o le somme indicate nel contratto, la penale sarà una libra esatta di carne, della vostra bella carne, da asportarvi dal corpo di mia mano dalla parte che più vi piacerà. …” Nel quale è evidente e reale la vera natura dell’ebreo, continuamente in cerca di soldi, sangue e carne cristiana, necessaria per i suoi riti satanici come la verità cristiana per secoli ci ha dimostrato. Allora, il ribaltamento di prospettiva immaginato nel simulato processo, dove viene dichiarata annullata la richiesta della libbra di carne e nulla la richiesta di conversione, appare uno scherzo di pessimo gusto, una manipolazione inaccettabile che ci restituisce uno Shylock inventato, riabilitato e risarcito, che non esiste nella realtà né nel poema.

Veneziani, piuttosto che celebrare un’opera antisemita nel cuore del ghetto (con la partecipazione di ebrei di corte) potreste rivedere il vostro passato e il vostro presente, turistico sì, ma tutt’altro che glorioso. Alle istituzioni consigliamo di non sprecare denaro e, in attesa che a qualcuno, da parte ebraica, salti in mente di riabilitare qualche altra opera antisemita, per esempio la Cappella Sistina o il Vangelo, resta solo da aggiungere che appropriarsi e condividere l’antisemitismo, rimane, per un ebreo, la forma più squallida di meschinità nel tentativo di piacere al mondo e di compiacere il nemico.

In conclusione, l’operazione revisionista del Cinquecentenario, che mira a fare del ghetto un fertile luogo di scambio interculturale cosmopolita e di Venezia una città meritevole del premio Nobel per la pace, è un inganno. Chiediamo un ravvedimento pubblico, una teshuvà, da parte degli organizzatori dell’evento che hanno violato la legge ebraica che recita "non mettere inciampo davanti al cieco" (Vaikrà 19,14) e che vieta di ingannare il prossimo raccontando e diffondendo menzogne.

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